The Art of Italian Cinematography and Beyond

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AI e cinematografia: non una sostituzione, ma una nuova grammatica dell’immagine

Una tavola rotonda del Collettivo Chiaroscuro insieme a HAI Human & Artificial Imagination (AI production service powered by EDI), per capire cosa cambia nel lavoro del direttore della fotografia con l’arrivo dell’intelligenza artificiale.

A cura di Alessandro Chiodo e Stefano De Pieri

Un sentito ringraziamento all’ANICA per aver ospitato l’incontro nella sua sala cinematografica.

Quando abbiamo deciso di organizzare questa tavola rotonda su AI e cinematografia, l’idea non era fare l’ennesimo incontro sull’intelligenza artificiale. Di quelli, ormai, ce ne sono tanti. Troppi, forse. Spesso molto generici, spesso divisi tra entusiasmo cieco e panico assoluto. Ci interessava un’altra cosa: capire cosa significa l’AI per il nostro mestiere. Per chi lavora con la luce, con il set, con le ottiche, con la materia dell’immagine. Per chi, ancora oggi, continua a pensare che fare fotografia significhi sporcarsi le mani. Per questo abbiamo voluto un incontro ristretto, quasi un tavolo di lavoro più che un panel. Una sala non pensata per “spettacolarizzare” il tema, ma per entrare nel merito. Con domande pratiche, anche scomode: cosa può fare oggi l’AI per un DOP? Dove entra nel workflow? Quanto costa? Chi la controlla? Che rischi apre sul piano autoriale e legale? E soprattutto: come possiamo evitare che diventi uno strumento gestito da altri, sopra le nostre teste?

Con noi c’erano Stefano Leoni – partner di EDI e co-founder, insieme a Francesco Grisi e Francesco Pepe, di HAI Human Artificial Imagination, AI production service di EDI – Fabio Scottellaro, Head of Lab di EDI; Elisabetta Rocca, Head of Production; e l’avvocata Donatella Mugnano dello Studio Legale Miccichè e Patriarca, per affrontare la parte forse più urgente di tutte: diritti, contratti, tutela dell’opera, uso dei dati, tax credit.

Il punto di partenza è stato semplice: l’AI non è un’intelligenza che decide al posto nostro. È uno strumento. Ma uno strumento molto potente, e come tutti gli strumenti potenti cambia il modo in cui si prepara, si produce e si difende un’immagine. Stefano Leoni lo ha detto con chiarezza: l’AI può accorciare i tempi di decisione in pre-produzione, soprattutto quando fotografia e VFX devono confrontarsi con scene complesse, location difficili, budget limitati o scelte estetiche che normalmente arriverebbero troppo tardi. Invece di arrivare sul set e dire “poi lo sistemiamo dopo”, possiamo iniziare prima ad analizzare i problemi. Possiamo manipolare, testare, simulare, mettere alla prova un’idea visiva prima di girarla.

Questo non significa sostituire il set. Significa arrivare sul set sapendo meglio cosa serve davvero. E qui, secondo noi, nasce la prima vera questione: dobbiamo iniziare a costruire una nuova grammatica con la produzione. Quando prepariamo un film o una serie, non basta più chiedere solo quanti giorni abbiamo, che macchina useremo, quali location, quanto materiale elettrico. Dobbiamo iniziare a chiedere: cosa possiamo sviluppare prima con l’intelligenza artificiale? Dove può aiutarci a visualizzare? Dove può liberare risorse? Dove invece rischia di creare un’aspettativa sbagliata? Perché il rischio esiste. Lo sappiamo già. A molti è capitato di presentare a un cliente o a un produttore immagini generate, moodboard, animatic o previsualizzazioni più belle, più seducenti, più “finite” di quello che poi il budget reale consente di girare. A quel punto l’AI non aiuta più: diventa un’arma contro il set. La risposta, però, non può essere non usarla. La risposta è usarla meglio.

La frase che ci è rimasta più addosso è questa: dobbiamo portare l’intelligenza artificiale ad aiutarci a ottenere un risultato analogico. Non un’immagine digitale perfetta, lucida, autosufficiente, chiusa in se stessa. Ma un’immagine che abbia ancora imperfezione, corpo, attrito, materia. Quella parte che la CGI ha sempre dovuto riconquistare: sporcare il calcolo per farlo diventare vero. In questo senso l’AI non elimina il lavoro del DOP, ma può renderlo ancora più necessario. Perché qualcuno dovrà continuare a sapere cosa manca a quell’immagine. Dove cade la luce. Dove non deve cadere. Quanto deve essere credibile un fondo. Quanto deve essere imperfetto un controluce. Quanto deve pesare una scelta ottica, una grana, una densità, un colore.

Il tema produttivo è altrettanto centrale. L’AI può rendere possibili produzioni che prima non partivano. Non perché sia gratis, e questo va detto con forza,  ma perché può permettere di fare di più con budget contenuti. Un film medio, una serie, un progetto italiano o europeo che non può permettersi un certo tipo di costruzione, di set extension, di fantascienza, di trasformazione ambientale, può trovare nuove strade. Ma questa possibilità va governata. Se diventa solo un modo per tagliare troupe, giornate, reparti e competenze, allora non è innovazione: è impoverimento mascherato da futuro. Se invece permette di proteggere il centro del lavoro: gli attori, il set, la regia, la fotografia…  E di spostare altrove alcune complessità produttive, allora può diventare uno strumento positivo.

Da qui siamo arrivati a un’altra domanda che come Collettivo ci interessa molto: serve una nuova figura sul set? Durante i nostri confronti interni abbiamo provato a immaginare un ponte tra reparto fotografia e reparto VFX. Una figura che abbiamo chiamato, in modo forse provvisorio ma molto chiaro, AIT: Artificial Image Technician. Qualcosa che sta al rapporto con l’AI come il DIT è stato, e continua a essere, per il workflow digitale dell’immagine. Non una figura calata dall’esterno per generare “cose belle” a caso. Ma una persona dentro il processo fotografico, capace di dialogare con DOP, DIT, VFX Supervisor, laboratorio, color e produzione. Qualcuno che sappia controllare la consistenza dell’immagine, lavorare sui proxy, sulla previsualizzazione, sui fondi, sulla virtual production, su ciò che arriva in camera e su ciò che arriverà in post. Stefano Leoni ha confermato che una figura del genere ha senso, soprattutto dove l’AI comincia a entrare nel set vero e proprio. Il primo terreno sarà probabilmente la virtual production: sfondi generati o rielaborati, ambienti modificati, immagini che devono reagire alla luce reale e non contraddirla. Perché il punto rimane sempre lo stesso: la luce deve guidare il processo, non subirlo.

I limiti tecnici oggi ci sono ancora. La risoluzione, il 4K nativo, il dettaglio, l’HDR, la coerenza tra girato e generato, la necessità di compositing. Nessuno strumento, oggi, sostituisce davvero un workflow cinematografico completo. L’immagine generata spesso sembra già post-prodotta, già “cinematografica” in un modo generico, e proprio per questo va riportata indietro, de-artificializzata, resa meno patinata e più credibile. Ma questi limiti cambiano velocemente. Sei mesi, in questo campo, sono già un’epoca. Per questo non possiamo permetterci di aspettare che il processo venga definito altrove.

La parte legale ha aperto un secondo fronte. La Legge 132/2025, ci è stato spiegato, rafforza un principio fondamentale: le opere create con l’ausilio dell’intelligenza artificiale possono essere tutelate solo se rimane riconoscibile un apporto creativo umano. Questo significa che il lavoro umano va documentato. Prompt, revisioni, software utilizzati, passaggi creativi, rielaborazioni: tutto ciò che dimostra che l’immagine non è semplicemente uscita da una macchina, ma è il risultato di una direzione. Lo stesso vale per i dataset, per l’uso di immagini, volti, voci, sembianze, materiali protetti. Non possiamo più permetterci leggerezze. Le licenze gratuite, spesso, non sono gratuite davvero: concedono diritti, utilizzano i contenuti caricati, non garantiscono riservatezza, non sono adatte a un uso professionale. Se lavoriamo a film, serie, materiali di produzione, dobbiamo pretendere strumenti con licenze professionali, enterprise, verificabili. Introduciamo così un nuovo concetto per i creativi e non solo , la proprietà di questo Data Asset Digitale, unico creato apposta per un progetto specifico.

E poi c’è il tema più delicato per noi: la tutela dell’apporto del direttore della fotografia. Oggi un sistema può essere addestrato su uno stile, su un gusto, su una ricorrenza visiva. Può imparare un modo di illuminare, di contrastare, di colorare, di comporre. Forse lo farà male, forse lo farà in modo omologato, ma tecnicamente può provarci. E se il processo conta meno del risultato finale, allora dobbiamo iniziare a proteggere il processo. La nostra cultura visiva, la nostra esperienza, il nostro modo di arrivare a un’immagine. Non siamo coautori del film secondo la legge italiana attuale. Questo lo sappiamo. Ma siamo portatori di un apporto creativo riconoscibile. E in un tempo in cui quell’apporto può essere assorbito, replicato, allenato e commercializzato, la categoria deve porsi il problema. Contrattualmente, culturalmente, politicamente.

Alla fine della giornata, ci sembra che la domanda non sia più: l’AI entrerà nel cinema? È già entrata. Le domande vere sono: con quale grammatica? Con quali regole? Con quali figure? Con quale responsabilità? E soprattutto: chi sarà autorizzato a decidere sull’immagine? Per noi la risposta non può essere lasciata solo ai software, ai produttori, alle piattaforme o ai reparti tecnici. Deve coinvolgere chi l’immagine la pensa, la prepara, la rischia e la firma ogni giorno sul set. L’intelligenza artificiale può essere una scorciatoia per fare peggio. Oppure può diventare un’occasione per fare meglio, con più consapevolezza, più controllo, più dialogo tra reparti. Dipende da quanto saremo capaci di entrare in relazione con questo nuovo strumento, senza paura e senza ingenuità.

Il Collettivo Chiaroscuro nasce anche per questo: creare luoghi di confronto dove il mestiere non subisce il cambiamento, ma prova a nominarlo prima che diventi una regola scritta da altri. Dopo l’estate ci sarà una nuova tappa del nostro scambio e della nostra esplorazione del futuro della cinematografia.

 

Stella gemella, Manca

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