Proprio non capivo come si leggesse l’ora. Non avevo idea che il tempo fosse misurabile con le lancette che indicavano numeri ben codificati in un quadrante. Erano sufficienti la scansione della scuola la mattina, i compiti, il nuoto al pomeriggio e l’ora di cena. Il giorno che scoprii come si leggeva l’ora ero ai piedi della salita di Villa Ada che porta dal parco inferiore a quello superiore: …le 2 e 15… esclamai! Avevo imparato a leggere l’ora e scoperto che il tempo esisteva sotto forma di numeri. Molti anni più tardi, filmando un documentario, notai che uno degli orologi più antichi al mondo, costruito nel 1344 e posto nella Torre dell’Orologio di Padova, aveva il tempo dei minuti codificato in blocchi da cinque. Dalle 10.00 si passava alle 10.05. All’epoca non c’erano treni da far partire alle 10.03.
Molte delle cose che circondano la professione del cinematographer e dell’artigianato in genere sono come quell’orologio per un bambino. Un insieme di linguaggi invisibili e quasi segreti. Pochi hanno un’idea della difficoltà di realizzare delle scarpe Oxford a mano. Ci occupiamo di ammirarle e indossarle senza sospettare minimamente il lavoro e la manualità che c’è dietro.
A proposito della scoperta del Cinema e delle prime tracce invisibili da me intercettate, ho due ricordi nitidi, estivi. Due episodi che mi folgorarono. Il giorno dopo aver assistito al mio primo 007 in sala volevo assolutamente ritornare al cinema per vedere cosa sarebbe ancora accaduto. Credo mi piacesse molto l’Aston Martin e i suoi trucchetti. Non volevo credere che il giorno dopo in sala si ripetesse la stessa storia del giorno prima. Mi aspettavo qualcos’altro, così come è lecito attendersi dalla vita… «Lo hai già visto ieri, è lo stesso di ieri…», diceva mia mamma. Non volevo assolutamente crederci: per caso la vita si ripete sempre uguale? E allora, pazientemente, mia mamma mi riportò in sala, e chiese alla bigliettaia se poteva farmi entrare un’istante. La maschera apri affettuosamente la tenda e vidi esattamente la stessa immagine del giorno prima: un uomo si muoveva furtivamente con la pistola. Quell’immagine è stampata nella mia memoria. Ricordo la sorpresa mista alla delusione ma avevo scoperto che in sala si ripeteva lo stesso spettacolo del giorno prima. Il film quindi non si creava come d’incanto dietro o addirittura dentro lo schermo, quasi come fosse un evento lisergico.
Qualche anno più tardi, nell’estate del ’75, ad Anzio, Dino Risi stava girando Telefoni bianchi sulla terrazza del Tirrena. Il Tirrena è lo stabilimento più importante della spiaggia di levante. Un molo che si estende sul mare. Seguii tutta la costruzione della scena e quando Risi si mise a guardare in macchina disse ad alta voce… «Ma come si fa a girare con quell’orribile grattacielo sulla costa di Nettuno! Non possiamo girare così!… L’operatore gli si avvicinò gentilmente e disse… «Tutto a posto Dino, guardi…», si avvicinò ad un ombrellone chiuso su di una basetta di cemento e lo spostò fino ad impallare perfettamente il grattacielo. Bellissimo, avevo capito che fare il cinema prevedeva anche l’uso di “trucchetti”. Ricordo che rimasi fino a sera, fino all’ultimo ciak.
Da spettatori non sospettiamo che dietro la costruzione di un’immagine si muova la dimensione invisibile della realizzazione. Da professionisti dovremmo avere sempre in mente che quello del Cinema è un lavoro fortemente codificato sia nell’estetica che sul piano tecnico, e che la ricerca dell’originalità è un tema importante. Essere spettatori attenti del proprio mestiere e delle eccellenze di questa professione è importante ma non va da sé che la professione stessa ci aiuti a sviluppare automaticamente una ricerca personale o uno studio attento sul proprio lavoro. Si può infatti imparare a leggere l’ora senza mai pensare che il tempo è una codifica come tante altre.
Proviamo a trasformare il tempo del lavoro in un’esperienza di ricerca piuttosto che di invecchiamento. Prestiamo attenzione a scoprire i codici di linguaggio nascosti nelle immagini dei film. Lavoriamo sul concetto di buon gusto e proviamo ad arginare la componente narcisistica che immancabilmente accompagna ogni professione del Cinema.
Da Il rettangolo di gioco.

