Intervista a cura di Massimo Intoppa CCS
L’intervista, qui in versione scritta, fa parte del progetto Casa Chiaroscuro per la Festa del Cinema di Roma, a cura di Alessandro Chiodo CCS, coordinamento Massimo Intoppa CCS, realizzato con il sostegno di Nikon Italia, Fowa e Red Digital Cinema.
Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma, Elena del Ghetto, regia di Stefano Casertano e interpretato da Micaela Ramazzotti, arriva nelle sale, con la tua fotografia. In questo momento storico, quanto ha influito il contesto politico — in particolare ciò che è accaduto e sta accadendo a Gaza — nel raccontare una storia legata al nazismo e alla persecuzione degli ebrei?
In questo film c’è stata una grande partecipazione della comunità ebraico-romana. Io stessa discendo da una famiglia ebraica e sento il bisogno di distinguere con chiarezza tra ebraismo, israelianità e sionismo, che per me sono cose profondamente diverse. Questo film era in sintonia con il mio desiderio di confrontarmi con il passato della mia famiglia e di un intero popolo. Da cilena cito spesso una frase che si ripete nel mio paese dopo la dittatura: «un pueblo sin memoria es un pueblo sin futuro’», un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. Quello che vedo oggi mi turba profondamente e mi porta a sentirmi assolutamente dalla parte di una Palestina libera. Fare questo film, oggi, credo sia importante per ricordare l’orrore del passato e proprio per evitare che, come diceva Hegel, la storia continui a ripetersi. Detto questo, sul set ci siamo concentrati soprattutto sulla storia di Elena come personaggio storico, come donna, e sulla sua forza rivoluzionaria. Abbiamo seguito i fatti realmente accaduti senza sovrapporre riflessioni dirette sull’attualità.


Elena è una figura sorprendentemente moderna, molto emancipata per l’epoca, e le problematiche che affronta risuonano ancora oggi.
Elena non era una donna profondamente religiosa o ideologicamente definita. Era semplicemente parte della sua comunità, del luogo in cui viveva, ed era antifascista: questo era il suo modo di stare al mondo. Più che una militanza religiosa, il film racconta una presa di posizione etica e civile. È prima di tutto una donna forte e coraggiosa. Molte persone la vedevano come una “matta”, come spesso accade a noi donne quando facciamo qualcosa che non è previsto dalla cultura a cui apparteniamo. Mi sono affezionata a questa storia per questo motivo, rivedendo in Elena le scelte coraggiose che ho dovuto fare 25 anni fa, quando mi sono affacciata nel mondo della fotografia per il cinema, all’epoca prevalentemente maschile.


Com’è stato il rapporto con il regista, considerando che anche tu sei una regista oltre che direttrice della fotografia?
Stefano è mio coetaneo ed è un autore con un percorso già articolato tra realtà virtuale, cortometraggi e documentari. È un grande cinefilo e abbiamo parlato molto di film di riferimento, soprattutto di neorealismo. Aveva in mente un film con quell’impronta e io mi sono rifatta anche ai film del mio maestro, Peppino Rotunno, guardando a titoli come Amarcord e Roma, soprattutto per il lavoro sulle notti. La nostra regola era chiara, stare sempre con Elena, una sorta di mantra: “stai con lei”. Abbiamo girato con una sola macchina da presa, una camera a mano, per starle addosso, spesso alle sue spalle, muovendoci attorno alla scena ma costantemente ancorati al suo punto di vista.
Dal punto di vista visivo, le notti hanno un ruolo molto forte nel film. È stato un progetto complesso anche sul piano produttivo?
Non è stata una lavorazione semplice. Era un’opera prima con un budget ridotto, nonostante fosse in costume. Abbiamo girato in cinque settimane, tra Tivoli e Roma. Quando ho letto la sceneggiatura ho pensato subito a Roma città aperta e a un immaginario quasi in bianco e nero, ma poi ho preferito evitare riferimenti troppo evidenti. Con il regista abbiamo deciso di lavorare su un percorso cromatico molto sottile: il film inizia con un colore leggermente più saturo e, man mano che la storia avanza, si desatura progressivamente. È un passaggio quasi impercettibile, che accompagna gli anni dal 1938 al 1943, fino a un finale che avrei voluto in bianco e nero ma che abbiamo lasciato appena velato di colore.

Quali scelte avete fatto su camera, luci e ottiche?
Inizialmente pensavamo di girare con una ARRI ALEXA Mini, ma durante i sopralluoghi mi sono resa conto che avevo bisogno di un sensore più performante, soprattutto per le notti. Non potendo permetterci una ALEXA 35, sono riuscita a ottenere una LF, che è stata fondamentale. Abbiamo girato spesso a 1600 ISO e, con la pioggia costante, il controluce era indispensabile per renderla visibile. In alcune piazze non c’era spazio per la gru, così abbiamo studiato attentamente le terrazze e, con un unico 4000, siamo riusciti a illuminare tutto. Per la prima volta non ho usato gelatine, cercando un sapore più vicino al tungsteno, un blu notturno più argentato e meno saturo, lontano dalle notti ipercolorate di oggi.


E per quanto riguarda le lenti?
Cercavo ottiche vintage. Abbiamo provato diverse soluzioni, ma alla fine abbiamo scelto delle Masterbuilt, che non avevo mai usato. Mi hanno convinta per l’apertura ampia e per una resa morbida che mi ha permesso di evitare filtri di diffusione. Era un film che richiedeva poca definizione, soprattutto sui volti. Le Masterbuild hanno una pasta morbida e mi aiutavano a ricreare un look d’epoca. Ho usato poca luce, c’è molto chiaroscuro, tanto contrasto, era inverno e nei vicoli di Tivoli la luce andava via molto presto. La sfida più grande è stata ricreare la luce durante il coprifuoco, in interni e in esterni. Non potevo usare i lampioni, né illuminare le case con la luce attraverso le finestre, all’epoca era tutto tappato e sigillato per non far vedere la luce all’esterno.

Cosa ti affascina di più delle lenti vintage?
Dipende sempre dal progetto, ma in generale amo sia le aberrazioni cromatiche sia quelle più propriamente ottiche. Vengo dalla pellicola e la definizione eccessiva del digitale mi dà fastidio, soprattutto quando rende visibili in modo ossessivo i dettagli della pelle. Le ottiche moderne sono spesso troppo perfette, il nostro occhio non è abituato a questo livello di precisione. È anche una questione generazionale: chi è cresciuto con il digitale e con il cellulare ha un rapporto diverso con la nitidezza. Io continuo a cercare immagini più morbide, più imperfette, più umane.


