Intervista a cura di Silvia Tarquini
Dal 3 al 6 settembre 2026, negli spazi del Lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari, nell’ambito del festival Karel Music Expo, sarà visitabile la mostra fotografica di Gherardo Gossi “Rimangono i segni di luce”. Allestita nella Sala Archi e composta da circa cinquanta immagini realizzate nell’arco di molti anni, la mostra nasce da una riflessione sulla luce come traccia della memoria. Il percorso prende avvio dall’isola di San Pietro in Sardegna e dalle sue Colonne, simbolo del territorio progressivamente eroso dal tempo, per allargarsi a fotografie scattate durante viaggi e lavorazioni cinematografiche in luoghi diversi, tra sole e luna, mare, ricordi e paesaggi: la spiaggia di Tel Aviv, una luna rossa su Gaza, Montjustin – il paese provenzale legato agli ultimi anni di Henri Cartier-Bresson e Martine Franck – e infine New York, con un’immagine scelta come segno di speranza e fraternità. La post-produzione delle fotografie è curata da Claudio Palmisano.
“Rimangono i segni di luce” sarà visitabile giovedì 3 settembre dalle 20 per il pubblico del Karel Music Expo; venerdì 4, sabato 5 e domenica 6 settembre dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19 con ingresso libero; venerdì e sabato anche dalle 20 per il pubblico del festival.
Questo progetto comincia l’anno scorso a Carloforte, prosegue e si espande quest’anno a Cagliari. Puoi raccontare come si è sviluppata l’idea della mostra?
Il nucleo iniziale è quello esposto a Carloforte. Quest’anno il Karel Music Expo mi ha dato l’occasione di svilupparlo in una versione più ampia, integrando nuove immagini e collegandole alla Luna, tema della manifestazione. L’invito mi ha fatto molto piacere dandomi modo di far crescere il lavoro che era nato dall’incoraggiamento di amici e parenti a esporre le mie fotografie.

Puoi dire qualcosa sul titolo?
“Rimangono i segni di luce”: perché anche la memoria, la mia memoria, porta con sé questi segni.
La mostra mette insieme immagini scattate a distanza di molti anni e intreccia il tema della memoria con la scrittura di Sergio Atzeni e il tema del simbolo, rappresentato dalle Colonne dell’isola di San Pietro. Come hai organizzato il percorso?
Ci sono diverse sezioni in relazione ai luoghi rappresentati e a varie suggestioni. Il percorso nasce dal mio rapporto con la luce stimolato dalla lettura di Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni, che si chiude con un riferimento all’isola di San Pietro, dove trascorro le estati. Nel suo mare ci sono “Le Colonne”, all’inizio erano due ora ne é rimasta soltanto una, ma continuano ad essere il simbolo dell’isola. Nel tempo ho lavorato sul bisogno che abbiamo di costruirci dei simboli. Questa piccola isola al largo della Sardegna ne ha trovato uno nelle Colonne, e ne è orgogliosa. Ho continuato a fotografarle negli anni, registrando diversi momenti della loro trasformazione e contemporaneamente lavorando sul modo in cui venivano rappresentate. Con il passare del tempo le Colonne si sono progressivamente erose. Ho documentato questo processo: lo sgretolarsi fisico di un simbolo. La prima sezione della mostra nasce da questo tema. Si apre con un’immagine di ciò che resta oggi delle Colonne e prosegue con una ventina di fotografie in formato cartolina realizzate nel tempo: immagini di quel luogo, ritratti, avvenimenti, momenti diversi. È un posto che chi arriva sull’isola corre a visitare. La sezione si chiude con una vera cartolina dell’isola, naturalmente con le Colonne. In fondo anche le mie fotografie sono cartoline che raccontano quel luogo.

Quand’è che un’immagine diventa “cartolina”?
Proprio quando diventa simbolo di un luogo: il Colosseo per Roma, il Duomo per Milano, la Mole Antonelliana per Torino. Mi interessava raccontare come anche un luogo piccolo abbia bisogno di trovare una propria immagine simbolo, che poi viene riprodotta in mille modi. In mostra ci sono fotografie di piatti decorati con il disegno delle Colonne, oppure la fotografia di un libro in cui compare una loro immagine realizzata dagli Alinari nei primi anni del secolo scorso. È un modo per identificarsi collettivamente in un luogo e a San Pietro accade da più di cent’anni.

Quindi nella mostra ci sono anche immagini realizzate da altri?
Le fotografie sono tutte realizzate da me, in due di esse sono presenti immagini storiche ambientate, che raccontano la storia di un simbolo. Ogni volta che torno sull’isola attratto da quel luogo lo ritraggo colpito dall’erosione del tempo e del mare. Per questa prima parte della mostra ne ho selezionate una ventina, le più significative.
Altri “temi”, come si legge nel testo di presentazione, sono la luna, il sole, il mare, come ricettore di brillantezza e di forti contrasti.
Sì, il lavoro esce dalla dimensione del simbolo e si sposta verso immagini legate al sole e alla luna, raccolte anche durante i miei viaggi di lavoro e nate dalle suggestioni dei luoghi che frequento in Italia e nel mondo. Il mio approccio alla fotografia nasce quasi sempre da un’emozione suscitata dalla luce. Ho selezionato alcune immagini nelle quali la luce diretta del sole o quella riflessa della luna assumono un ruolo particolare. Ci sono fotografie scattate in Islanda, a Essaouira in Marocco, a Stromboli e in altri luoghi. Il filo che le unisce è il modo in cui la luce influenza le nostre emozioni. Questo è, in fondo, il senso del lavoro. Ci sono poi alcuni still life che ho chiamato Lune d’argento: fotografie di anelli a forma di luna che avevo realizzato anni fa. Una delle sezioni conclusive, infine, comprende un pannello in cui ho messo in relazione l’immagine di una spiaggia di Tel Aviv con quella di una luna rossa: la Luna insanguinata di Gaza. Ho voluto accostarle per introdurre il tema della sofferenza palestinese, che mi sta molto a cuore.

C’è poi un piccolo omaggio a Cartier-Bresson, legato a Montjustin. Puoi parlare di questo luogo?
È un paese della Provenza dove Cartier-Bresson e Martine Franck hanno trascorso i loro ultimi anni e dove si trovano le loro tombe. Mi sembrava giusto inserire, in questo viaggio breve ma esemplificativo della mia passione per la fotografia, un omaggio a un maestro dal quale ho imparato molto. Non è un omaggio alla sua fotografia: non sono immagini “alla Cartier-Bresson”. Sono fotografie che ho scattato nel paese in cui lui e Martine hanno trascorso i loro ultimi anni.

Come si conclude il percorso?
La mostra si chiude con una stampa molto grande, di circa un metro per un metro e sessanta: due giovani sorridenti a New York, una felpa nera e una bianca. Il ragazzo di colore sorride un’immagine di speranza, adatta alla conclusione del percorso. Dopo il forte contrasto tra la luna di Gaza e il sole di Tel Aviv mi piaceva chiudere con un’immagine che aiutasse a guardare in positivo al futuro. Ad accompagnare l’immagine c’è un’altra frase di Atzeni: «Finché i corpi respirano è possibile abbracciarsi».
Vuoi dire qualcosa delle tecniche che hai utilizzato? L’anno scorso mi raccontavi che ci sono approcci molto diversi.
Non essendo un lavoro unitario ma un percorso che si sviluppa nell’arco di quindici anni, forse anche di più, le tecnologie utilizzate sono necessariamente molto diverse. Le immagini le ho scelte soprattutto in funzione dei temi, non delle tecniche. La fotografia più “antica” è quella utilizzata per il manifesto della mostra. L’ho scattata molti anni fa a Parigi con un cellulare di primissima generazione: una ragazza al telefono e, dietro di lei, il riflesso di una luce calda che ne disegna la figura. È un’immagine scomposta, quasi spappolata, che sembra disintegrarsi. Ma il risultato era quello che cercavo e per questo sono molto legato a quella fotografia. Un’immagine che sintetizza il titolo “Rimangono i segni di luce”. Non è un’immagine immediata, bisogna quasi cercarla, ma dentro c’è il percorso di tutto questo lavoro.

La prima immagine della mostra, invece, è stata scattata con la Leica: una delle Colonne sovraesposta, immersa in un mare bianco e in un cielo bianco, sfocata. Lo sfaldarsi di un simbolo. Le sequenze di cartoline sono state realizzate con strumenti molto diversi: soprattutto cellulari, ma anche macchine fotografiche, in alcuni casi analogiche. Ci sono poi fotografie scattate con Olympus o con cellulari di ultima generazione. Quelle realizzate a Stromboli, per esempio, appartengono al periodo in cui lavoravo al film Arsa del duo artistico Masbedo. Con il passare degli anni, pur essendo sempre stato un grande appassionato di tecnologia, la tecnologia ha perso centralità. È diventata funzionale al racconto. Oggi mi interessa di più lavorare sulle idee e su quello che posso aggiungere attraverso la mia visione del mondo. Naturalmente curo molto la color-correction. In questo caso ho lavorato con Claudio Palmisano, un colorist con cui collaboro da tempo e con il quale mi piace confrontarmi. Quando riesco a trovarlo! È anche un grande appassionato di fotografia subacquea e spesso scompare sott’acqua. Seguo molto anche la fase di stampa. Voglio che alla fine il lavoro corrisponda il più possibile a come l’ho immaginato.
La fase di post-produzione è creativa?
La post-produzione c’è. In alcuni casi è più importante, in altri meno, ma è sempre funzionale all’idea di racconto.

Per concludere, come nasce il tuo amore per la fotografia e come si intreccia con il tuo lavoro cinematografico?
Ho iniziato da ragazzo con il bianco e nero e con le prime stampe fatte in casa. La passione per il mio mestiere cinematografico nasce proprio da quella per la fotografia. All’epoca la fotografia era uno dei pochi strumenti accessibili a un ragazzo di sedici o diciassette anni per produrre immagini e raccontare il proprio tempo, le proprie passioni, la musica, i concerti, le manifestazioni. Avevo una piccola camera oscura nella soffitta di casa, dove sviluppavo e stampavo insieme all’amico Roberto Forza, anche lui direttore della fotografia e mio collega in Chiaroscuro. Siamo cresciuti condividendo questa passione. Poi il mio percorso si è spostato verso il cinema, ma non ho mai abbandonato l’amore per la fotografia. Solo adesso, dopo diversi incoraggiamenti, ho deciso di mostrare una parte del mio archivio. La mostra racconta anche questo tempo. Ci sono foto recentissime, scattate a Solda, in Alto Adige, durante la lavorazione dell’ultimo film, Bianco di Daniele Vicari, lo scorso inverno, e altre molto più vecchie, come quella realizzata a Parigi su un bateau-mouche. Ricordo ancora quella serie di fotografie. Mi aveva colpito che sulla barca fossero tutti intenti a fotografare invece che a guardare ciò che avevano davanti.
C’è la tua vita in questa mostra.
Sì, certo. Non tutta, naturalmente, ma alcuni momenti. C’è un filo che attraversa il lavoro: la luce, il mare, il mare come portatore di luce sia di giorno sia di notte, e quindi il sole e la luna. Ci sono i luoghi delle vacanze e i ricordi legati a quei luoghi, il gioco, immagini di ragazzi sulla spiaggia, una fotografia di Coney Island con una grande ruota panoramica. È un insieme eterogeneo, ma il filo conduttore rimane la luce e il modo in cui accompagna i luoghi, i ricordi e le immagini.
Grazie Gherardo.
