Il film Nouvelle Vague di Richard Linklater suggerisce che il naturalismo visivo del cinema moderno trovi nel neorealismo una delle sue origini fondanti. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, i registi del movimento francese si aprono a un cinema capace di liberarsi dagli apparati tecnici e produttivi più pesanti. La realtà dei luoghi e la luce ad essi rubata entrano nell’immagine, come fosse un documentario. Un approccio che ha influenzato il cinema di tutto il mondo, contribuendo alla nascita della Nuova Hollywood, negli anni Settanta, quando anche il cinema americano si liberava dei teatri di posa e alleggeriva l’apparato di ripresa.
Le macchine da presa digitali, leggere, sensibili e compatte, sembrano perfette per un cinema ispirato a quella stessa ricerca di semplificazione. In questo scenario torna centrale una riflessione sul modo in cui la luce, soggetta a regole di tecnica, coerenza espressiva e interpretazione, costruisce oggi l’immagine cinematografica.
Il progressivo aumento della sensibilità delle pellicole consolida l’approccio naturalistico, spostando l’attenzione dalla componente tecnica verso l’idea di sguardo. Le luci integrate negli elementi della scenografia diventano parte attiva di questa costruzione, e la luce diegetica, centrale nell’opera di Stanley Kubrick, si impone come elemento irrinunciabile del linguaggio cinematografico contemporaneo.
Nel caso di Kubrick si trattava di una vera e propria regola operativa che gli permetteva di muoversi liberamente negli spazi, senza i vincoli dell’illuminazione classica a tre punti luce. Tale sistema accademico e allora dominante era difficile da superare se non attraverso l’iniziativa di un regista. La progettazione di queste fonti è oggi una disciplina definita “Practical Light Design“. Un approccio diffuso nel cinema e nella serialità televisiva, soprattutto in ambientazioni ricorrenti come commissariati, ospedali, redazioni o tribunali, che rende gli ambienti di fatto sempre pronti alle riprese.


Il Practical Light Design si occupa della gestione delle luci presenti nell’inquadratura ed è un metodo di lavoro che evolve ciò che un tempo era definito “piazzato”. Questa trasformazione modifica in profondità il rapporto tra libertà di messa in scena e necessità di illuminazione. Un approccio che richiede una stretta collaborazione tra scenografia e direzione della fotografia, poiché la scelta delle fonti luminose riguarda, oltre all’aspetto degli apparecchi da spenti, anche il loro comportamento una volta accesi. Lampade, insegne, plafoniere, neon e sorgenti integrate nella scena diventano importanti quanto i mezzi tradizionali noleggiati nei magazzini cinematografici. Insieme ai laboratori di illuminotecnica, si progettano, si modificano e si gestiscono le sorgenti luminose della scena. Ci sono esempi italiani interessanti, che tratteremo successivamente.


Un elemento decisivo di questo approccio naturalistico che segna l’immagine moderna, è di ordine percettivo: l’apparato illuminante esterno al fotogramma deve generare una luce verosimile alla fonte diegetica presente nella scena. L’armonizzazione tra le luci esterne e quelle interne al quadro dà vita a una sorta di luce “a orecchio”, regolata più dalla sensibilità personale che dal calcolo.
Il naturalismo visivo è così assorbito dall’industria cinematografica e televisiva da diventare la base di partenza anche quando manca una piena consapevolezza del linguaggio della luce. Ciò che inizialmente appare come una liberazione dall’impiantistica e dall’artificio della messinscena classica pian piano si trasforma in una nuova forma di automatismo estetico. Ogni linguaggio, infatti, una volta affermatosi, tende a diventare invisibile a chi lo pratica e le recenti discussioni sulla cosiddetta “luce di Netflix” possono in parte essere ricondotte ad una certa generale inconsapevolezza. Da qui la necessità di individuare altri termini capaci di descrivere con maggiore precisione il lavoro contemporaneo sulla luce.


Cos’è una luce diegetica
Una luce diegetica è una sorgente luminosa che appartiene alla storia sullo schermo. È una fonte di luce che i personaggi possono vedere, toccare o con cui possono entrare in contatto: una lampadina, una finestra, una lampada al neon, un fuoco, un lume, i fari di un’automobile di notte. È visibile nel quadro e contribuisce a illuminare la scena dall’interno del fotogramma.
Cos’è l’agogica
L’agogica è l’insieme delle variazioni espressive del tempo nell’esecuzione di un brano musicale. Non altera le note scritte, ma riguarda minime variazioni che possono avere un forte impatto sull’esecuzione finale: accelerazioni o rallentamenti del tempo, l’allungamento o l’accorciamento delle pause, la flessibilità dell’andamento ritmico. Note, melodia e armonia restano intatte.
Cos’è una luce diagogica
L’espressione “luce diagogica” nasce qui, come in precedenza la definizione di “colore involontario”, dalla sensazione che il linguaggio della fotografia cinematografica moderna manchi di termini capaci di descrivere i processi realizzativi contemporanei. “diagogica” è una parola composta che unisce i concetti di diegetica e agogica.
Come in musica, l’agogica offre al direttore d’orchestra uno spazio di libertà interpretativa limitato a parametri quali tempo e pause, senza modificare note, melodia o armonia. Allo stesso modo, la luce diagogica nasce quando una luce diegetica viene modulata in intensità, colore, posizione o schermature, continuando a illuminare la scena mentre la sua funzione narrativa nell’inquadratura resta invariata.


Un esempio: se giriamo una scena in strada mantenendo la luce naturale effettiva dei lampioni, stiamo usando una luce diegetica. Se interveniamo su quei lampioni modificandone lampadine, colore, intensità o schermature, stiamo lavorando secondo un’interpretazione di luce diagogica, come mostrano le immagini di Arancia Meccanica. La fonte narrativa rimane il lampione, la scena resta una strada notturna, ma queste modifiche possono cambiare in modo sostanziale l’interpretazione della luce della scena.
La parola “diagogica” nasce qui dal tentativo di colmare alcuni vuoti terminologici nel linguaggio della fotografia cinematografica contemporanea, in un’area, quella della progettazione visiva della luce, che dispone ancora di pochi termini per descrivere il lavoro in sé.
