A cura di Gianmaria Tammaro
Più o meno sei anni fa, nel 2020, Camilla Cattabriga, Claudia Sicuranza ed Eleonora Contessi hanno deciso di fondare EKI, una rivista dedicata non soltanto alla fotografia ma alla luce in tutte le arti. Lo hanno fatto, spiegano, perché sentivano il bisogno di un riferimento e di uno spazio dove poter andare oltre i loro studi. Nel corso di sei numeri, hanno intervistato professionisti di primo piano provenienti da tutto il mondo: non solo direttori della fotografia, ma anche autori impegnati in altre arti visive. Hanno messo insieme voci, testimonianze e punti di vista differenti. E ne hanno approfittato per imparare qualcosa di più sul loro mestiere e, allo stesso tempo, su sé stesse. EKI è una rivista piccola, autoprodotta, che si rivolge, per forza di cose, a un pubblico verticale. Per questo motivo, Cattabriga, Sicuranza e Contessi hanno cominciato a costruire dei veri e propri eventi di lancio intorno ai singoli numeri, così da poter coinvolgere più persone e dare un altro spessore e un’altra profondità allo spazio che hanno sempre voluto creare. Con l’ultimo numero, dedicato alla luce e all’acqua, hanno indagato intimamente la relazione che la luce ha con gli elementi: come cambia, come si trasforma; in che modo viene modificata, condensata o addirittura resa più leggera. Il prossimo EKI sarà dedicato, invece, al rapporto tra la luce e la paura. E sarà un’occasione, dicono Cattabriga, Sicuranza e Contessi, per scoprire nuove prospettive su un tema – la paura, appunto – di cui pensiamo di sapere già tutto.

Partiamo dall’inizio. Come nasce EKI?
Camilla Cattabriga: L’idea di EKI nasce in un momento preciso, e cioè subito dopo la fine dell’esperienza del Centro Sperimentale di Cinematografia. È stato lì che ci siamo conosciute, ed è stato lì che siamo diventate amiche e che abbiamo scoperto la nostra passione comune per la luce. Con questa rivista, abbiamo voluto esplorare l’utilizzo della luce nella maniera più ampia possibile. Al Centro Sperimentale ci siamo concentrate principalmente sul cinema e sulla luce nel cinema, e invece volevamo approfondire la luce in qualsiasi forma artistica. Volevamo riuscire a coinvolgere ogni persona interessata al mondo dell’arte. Abbiamo fatto un primo test, con il numero 00, e da quel momento non ci siamo più fermate: ora siamo arrivate al sesto numero.
Non c’è mai stata competizione tra di voi? Dopotutto, fate lo stesso mestiere.
Camilla Cattabriga: In realtà no. Ci siamo sempre state simpatiche, e la nostra amicizia si è formata abbastanza naturalmente. C’è sempre stato un sostegno reciproco, sia emotivamente che professionalmente.
Claudia Sicuranza: Facciamo parte di un ambiente particolare; siamo circondate da coetanei e amici che lavorano nel cinema. E questo senza nemmeno considerare gli anni del Centro Sperimentale. Se vivessimo in competizione, sarebbe un problema. L’obiettivo di EKI è anche questo: riuscire a creare uno spazio condiviso in cui crescere insieme e avere un confronto con gli altri.

Subito dopo il Centro Sperimentale, vi è capitato di sentire la mancanza di un punto di riferimento? Di uno spazio di condivisione?
Eleonora Contessi: EKI nasce dalla voglia di colmare un vuoto che sentivamo, un po’ come diceva Claudia. Il cinema è un tipo di lavoro estremamente immersivo, sia nel momento della preparazione che dopo, quando un progetto si conclude. Sei sempre immerso in una sorta di bolla. Nella vita di tutti i giorni, vuoi stimolare il tuo pensiero; cerchi altri input. Ed EKI si muove in questa direzione: fa in modo che tre donne come noi, che lavorano nel mondo del cinema, possano avere una crescita personale e un confronto con gli altri. Poi intendiamoci: al di là di EKI, visto il nostro carattere, avremmo comunque cercato una dimensione del genere, proprio perché ne sentiamo il bisogno. EKI è un pretesto, ed è un pretesto importante sotto questo punto di vista. Ti dà una carica in più nella ricerca, nello studio e nel confronto.
Claudia Sicuranza: Il cinema, di per sé, è un’arte contenitrice: al suo interno ci sono altre arti, come possono essere la pittura e il teatro. Ci sembrava quasi limitante studiare la luce solo attraverso i testi di cinema – che sono testi bellissimi e molto importanti, però forse manca una visione più ampia e pronta al confronto con tutto il resto.


Credete che questa necessità fosse condivisa anche dalle persone che avete intervistato?
Camilla Cattabriga: Direi di sì. Abbiamo avuto un riscontro molto positivo. Per il numero 00, abbiamo intervistato Alex Webb. E da quel momento non ci siamo mai fermate: abbiamo sempre ospitato nomi internazionali, esperti della luce in diversi settori. Non ti nascondo che tutte le volte che dall’altra parte è stato dimostrato interesse noi siamo rimaste sorprese. È stato molto interessante parlare con Natasha Braier, che abbiamo intervistato per il terzo numero di EKI, quello dedicato alla luce nel digitale; abbiamo fatto una call tutte insieme perché è stata proprio lei a chiederci di confrontarci, e si è subito dimostrata curiosa nei confronti del progetto. È difficile trovare delle riviste che parlano di luce a 360 gradi. Ha preso spunto dalla nostra rivista per organizzare un grande evento dedicato alla luce. EKI rimane una rivista di nicchia, con una tiratura limitata, ma mi pare che ci sia un riscontro.
Che ruolo ha Matilda De Angelis all’interno di EKI?
Camilla Cattabriga: Le siamo estremamente grate. Matilda ha finanziato il numero 00 e il numero 01. Se EKI ha preso il via, è stato anche grazie al suo contributo. Ogni volta che ne ha la possibilità ci sostiene e ci aiuta.


La dimensione fisica, con eventi dedicati al lancio di ogni numero e anche con le varie fiere di settore, come il Mag To Mag, resta molto importante per voi. Perché?
Eleonora Contessi: Perché è importante avere un riscontro di quello che facciamo: parlando direttamente con le persone, possiamo capire se con il nostro lavoro abbiamo raggiunto l’obiettivo sperato. Ci piace ricevere consigli, appunti… e ovviamente anche complimenti. Guardare una persona che sfoglia la rivista, che la commenta, ti dà una percezione diversa di quello che fai. EKI resta un progetto cartaceo.
Claudia Sicuranza: Anche entrare a far parte del mondo dell’editoria per noi è stato un passo importante. Come dicevo prima, abbiamo sempre studiato e letto testi specializzati e, chiaramente, anche riviste di settore. Trovarci da quest’altra parte ci ha dato la possibilità di conoscere qualcosa che prima ignoravamo. Al Mag To Mag, in particolare, abbiamo la possibilità di incontrare editori che vengono da tutto il mondo, con esperienze e visioni differenti. Dietro ogni rivista ci sono delle persone come noi, che hanno una passione molto forte e che decidono di investire tutto quello che hanno nei loro progetti.
Come siete arrivate all’ultimo numero, dedicato al rapporto tra luce e acqua, e perché avete immaginato un evento del genere per il suo lancio?
Camilla Cattabriga: Da un po’ di anni, abbiamo capito che è importante costruire altre attività intorno ai vari numeri. Sia per una questione economica, perché così possiamo sostenere e finanziare il lavoro che facciamo, sia per offrire ai nostri lettori un ulteriore approfondimento. Avevamo già fatto un evento nel 2022 per Luce solare e un altro nel 2024 per Luce erotica. Con Luce e acqua, abbiamo deciso di creare una maggiore continuità tra i vari appuntamenti. Chiaramente la rivista cartacea resta il cuore di EKI, e sarà sempre così.

Eleonora Contessi: Insomma, volevamo creare un’estensione della rivista, non un’alternativa. In questo modo, possiamo ospitare anche fisicamente, con eventi dal vivo, mostre e installazioni, artisti. Al MONK abbiamo provato ad avere artisti legati al mondo dell’acqua. Lo stesso allestimento è stato un tentativo di immergere le persone all’interno dell’atmosfera del numero, come in un fondale marino. E poi, alla fine, ci sono stati interventi musicali di vario genere.
State pensando di dare altre declinazioni al progetto EKI?
Camilla Cattabriga: Per ora ci vogliamo concentrare sul cartaceo. Ci piacerebbe riuscire a sviluppare il sito parallelamente, con altri contenuti. Per un periodo abbiamo pensato di distribuire la rivista anche in digitale, ma non avrebbe lo stesso impatto.
Claudia Sicuranza: Ci dispiace quando le riviste vanno sold-out e le persone non possono più recuperarle. Cioè, ci dispiace e, chiaramente, ci fa anche piacere, perché significa che il numero è andato bene. Dietro ogni numero c’è una grande ricerca, e siamo contente se le persone, comprandolo, possono approfondire il loro punto di vista con i tempi che richiede la carta. Il digitale è un altro modo di fruire dei contenuti.
Camilla Cattabriga: La dimensione della rivista ci permette di creare delle vere e proprie interazioni, sia con i lettori che con la luce stessa. E perdere quest’esperienza più concreta, più materica, sarebbe un vero peccato.


Dopo sei numeri che cosa pensate di aver imparato?
Claudia Sicuranza: Sicuramente abbiamo imparato a fare una rivista. (ride, ndr) All’inizio era più difficile, e ora è tutto più automatico e semplice.
Camilla Cattabriga: Fare interviste, in un primo momento, è stato veramente impegnativo per noi, proprio perché non sapevamo come strutturarle. Come dice Claudia, ora ci viene un po’ più automatico. E ci mettiamo decisamente meno tempo a chiudere un numero. E poi EKI ci ha permesso di imparare tante altre cose che prima non sapevamo fare, soprattutto dal punto di vista editoriale.
Claudia Sicuranza: Ci ha permesso di fare tanti incontri incredibili che probabilmente non avremmo mai fatto.
Eleonora Contessi: La parte più divertente, forse, è quella della stampa: lavoriamo alla copertina, cercando la più rappresentativa per il tema della rivista e per la luce; abbiamo imparato a scegliere la carta e a gestire praticamente tutto il processo. E abbiamo scoperto tutto con la pratica, sbagliando, facendo tentativi e ascoltando i consigli degli altri.
Camilla Cattabriga: E poi c’è anche l’approfondimento grazie agli artisti che intervistiamo, che conosciamo. Grazie a loro, impariamo qualcosa di più del loro mestiere e, ovviamente, del nostro. Che è, poi, il motivo per cui nasce EKI.
Pensate che il vostro rapporto con la luce sia cambiato?
Claudia Sicuranza: Sicuramente.
Camilla Cattabriga: In mille modi diversi, e lo capisci nelle piccole cose. È una consapevolezza che si muove di numero in numero, che cambia forma. Ora stiamo lavorando a un numero sulla luce e la paura, e stiamo facendo i conti con elementi che, precedentemente, non avevamo preso in considerazione.
Eleonora Contessi: Non c’è solo l’apprendimento visivo; c’è un apprendimento più intimo, più profondo, che ti porta ad allargare il tuo sguardo. Penso per esempio al numero sulla luce erotica: i vari artisti ci hanno raccontato il loro rapporto con la luce, sì, ma anche con l’erotismo. E lo stesso sta succedendo anche con la paura: la paura cambia a seconda della persona che ti sta davanti. EKI, alla fine, ci insegna che non ci sono delle regole. E questo nonostante la rigidità del mondo in cui ci muoviamo. EKI riesce ad arrivare a una sintesi tra punti di vista diversissimi e molto lontani tra di loro.
Che cosa avete imparato?
Eleonora Contessi: Che non esiste un’unica verità o un unico modo di vedere le cose. Ed è una consapevolezza che ti arricchisce. Come persona, certo, e come direttrice della fotografia.













