Intervista a cura di Alessio Valori CCS
Luca, in più occasioni hai parlato con interesse della possibilità di realizzare cinema anche con un cellulare. Possiamo approfondire l’argomento?
Vorrei fare una premessa, importante perché questa intervista sarà pubblicata su un sito dedicato alla direzione della fotografia. Parlare dell’uso del cellulare per girare film o documentari è un tema legittimo e necessario, ma anche delicato. Da un lato, si tratta di una possibilità concreta, dall’altro implica una riflessione sulle trasformazioni che stanno attraversando il nostro lavoro, soprattutto in un momento di crisi del cinema. Girare con il cellulare rende tutto più leggero e riduce la necessità di troupe numerose. Questo aspetto mi imbarazza, perché non voglio che il mio discorso venga interpretato come una negazione dell’importanza del lavoro collettivo o tantomeno come un attacco alle professionalità coinvolte in una produzione. Semplicemente, credo che il cellulare sia uno strumento in più, non una soluzione obbligata o una scorciatoia economica.
Questo aspetto si inserisce in una tua precisa visione della nostra professione, di cui abbiamo già parlato su questo sito (vedi qui). In che modo potresti brevemente inserire il discorso sul cellulare alla tua più generale visione del nostro lavoro?
La mia posizione è sempre stata critica nei confronti dell’ossessione per la tecnica. Non ho mai capito la venerazione per le lenti o per le macchine da presa. In molti casi, la fissazione per la perfezione tecnica danneggia i film più di quanto li aiuti. La qualità di un film, per me, dipende dalla scrittura, dalla regia, dalla recitazione. Il nostro ruolo è importante, ma deve essere rispettoso e, quando serve, invisibile. Trovo sbagliata l’idea del direttore della fotografia come “artista della luce” o “creatore di luce”. Noi dobbiamo essere piuttosto veloci, invisibili, e soprattutto rispettosi del lavoro degli attori. In questo senso, il cellulare può essere uno strumento prezioso, soprattutto in alcune situazioni, in particolare nel documentario o in contesti di finzione che richiedono una forte componente di realismo. Questo discorso si comprende soprattutto considerando le possibilità offerte dalla color-correction. Prima si girava in pellicola e si stampava solo potendo rendere l’immagine più chiara o più scura, più fredda o più calda. Adesso abbiamo strumenti digitali molto più complessi che prima non esistevano, e ne approfittiamo felicemente tutti. Dico solo, dunque, che dovremmo chiederci cosa può offrirci una tecnologia diversa – non necessariamente superiore, ma diversa. Più leggera, più versatile, più invisibile, più economica.
Hai fatto esperienze dirette di utilizzo del cellulare? In quali contesti?
Ho avuto una prima esperienza significativa con il film Mama Mercy di Alessandra Cutolo, girato a Roma con due cellulari insieme a un gruppo di immigrati che avevano fatto un corso di recitazione nel centro occupato di Spin Time. Girare con strumenti così leggeri ci ha permesso di essere discreti e di ridurre al minimo la nostra intrusione in una realtà fragile e complessa. E abbiamo potuto filmare ovunque senza chiedere permessi, senza autorizzazioni. Per esempio, abbiamo girato su un tram ed è successo che durante una scena in cui un nostro attore scippava la protagonista del film, sorprendentemente i passeggeri hanno reagito come se fosse reale. Per dire quanto la presenza della troupe non fosse invasiva. Un certo cinema indipendente, un cinema a bassissimo budget, un cinema che non ha una produzione, che non ha dei mezzi, oggi, a differenza dal passato, si può realizzare con ottima qualità anche con un cellulare. Più recentemente ho girato a Scampia con Francesca Comencini un documentario con alcune persone sfrattate dalle Vele. Erano persone non abituate ad esporsi, che si sono sentite più a loro agio con due cellulari che non con una troupe dotata di cavalletti, microfoni e luci. Il risultato è stato, a mio avviso, più naturale e realistico. Anche durante le riprese di un concerto di Stefano Bollani e alcuni jazzisti italiani, abbiamo affiancato le camere professionali a dei cellulari per ottenere inquadrature impossibili con strumenti più ingombranti, come ad esempio i tasti del pianoforte o le spalle dei musicisti durante il concerto. Sono certo che queste immagini tecnicamente si integreranno perfettamente con le altre.

Tutte situazioni in cui la ripresa era particolarmente delicata…
Sì, ma il punto centrale è questo: la tecnica non deve frenare la creatività. L’accessibilità dei cellulari può rappresentare una risorsa straordinaria per i giovani registi che vogliono sperimentare, soprattutto in un’industria che tende a escluderli. Quando la mia generazione ha iniziato a lavorare, negli anni ’80, eravamo costretti a girare in 16mm con risultati visivamente molto poveri a causa di limiti economici e tecnici. Oggi, quella qualità visiva può essere superata con uno smartphone. In tutte le catastrofi della modernità e in tutta la precarietà che i giovani devono affrontare, oggi, rispetto alla mia generazione, esiste una possibilità che noi non avevamo. Detto questo, è importante ricordare che il cellulare ha anche dei limiti: la messa a fuoco è complicata, l’esposizione è difficile da controllare, e la qualità resta comunque inferiore a quella delle camere professionali. Ma spesso, la sua leggerezza, la sua discrezione, la sua capacità di rendere invisibile l’operatore, sono più utili al film della “qualità” formale. E grazie alla color-correction, ripeto, oggi possiamo correggere e trasformare molto del girato originale. Ovviamente non si tratta di rifiutare la tecnica, ma di usarla in modo consapevole. In passato si tendeva a illuminare sempre tutto, a riempire i set di stativi, bandiere, proiettori. Oggi abbiamo macchine da presa con una sensibilità straordinaria e luci molto più leggere ed efficienti. La scelta di non usare luci artificiali è una scelta fotografica a tutti gli effetti, perché posizionare un attore davanti a una finestra, piuttosto che lateralmente o in controluce, cambia radicalmente la qualità’ dell’immagine. Collaborare con il regista per decidere insieme dove mettere attori e macchina da presa, rinunciando a ingombri ormai inutili, è oggi a mio parere il modo migliore di lavorare.
E rispetto all’esperienza nel documentario puoi aggiungere qualcosa?
Anche nel documentario è importante rispettare la luce delle situazioni concrete. A Scampia, per esempio, mi ha colpito la sovra illuminazione delle luci domestiche. Può non piacere esteticamente, ma è una condizione che va compresa e rispettata. Non dobbiamo per forza fare immagini belle, dobbiamo fare immagini vere, sociologicamente rispettose della realtà.
In un film di finzione, come viene gestito tecnicamente l’utilizzo del cellulare? Mi spiego meglio: come viene organizzato il set? È previsto un ritorno video per il regista oppure si affida tutto alla fiducia nell’operatore?
È facilissimo. Se il regista lo richiede, possiamo mandare il segnale video di uno, due, tre o anche quattro cellulari direttamente su un iPad. Quindi sì, è possibile avere il controllo video, proprio come su un set tradizionale, a patto che ci sia una connessione wifi. Il regista può vedere tutto in tempo reale, esattamente come accadrebbe con una cinepresa.
In passato ci sono già stati tentativi di rendere le cineprese più leggere. Io, per esempio, ho iniziato a lavorare come DOP nei primi anni 2000, quando uscirono le prime macchine digitali con funzionalità cinematografiche, oppure soluzioni più sperimentali come il PS Technik: si cercava di rendere tutto più compatto, più economico e quindi più accessibile al cinema indipendente. Poi, intorno agli anni ’10, sono arrivate le macchine fotografiche come la 5D, e così via. Secondo te, oggi il cellulare è una possibilità destinata a incidere più profondamente rispetto ai tentativi precedenti? Ci sono delle differenze? Oppure pensi che il mainstream resterà comunque dominante, anche per via degli interessi economici e di altri fattori di potere?
Faccio fatica a fare previsioni sul futuro. Adesso si parla molto di intelligenza artificiale, soprattutto per la generazione di immagini. Io, francamente, sono abbastanza perplesso: assisto, guardo, vedo, aspetto… ma con una certa diffidenza. Perché penso che la creatività e l’originalità del nostro pensiero siano insostituibili. Non dico che non sarà, dico: vedremo. Però aggiungo che bisogna fare attenzione a non diventare conservatori, chiusi nelle proprie convinzioni e soprattutto nelle proprie consolidate abitudini.
Che cosa pensi di una certa tendenza attuale a voler tornare alla pellicola?
La trovo una cosa anacronistica, costosa, elitaria e anche poco ecologica. Se poi la pellicola viene comunque digitalizzata, corretta in digitale e proiettata in digitale, qual è il senso di tutto questo? La grana e i difetti, ammesso che abbiano un motivo ancor oggi di esistere, si possono aggiungere in post-produzione. Per me oggi non ha più alcun senso girare in pellicola. Ciò che davvero mette in crisi il nostro lavoro non è il digitale, non è il cellulare, non è la scomparsa della pellicola. È la scomparsa della visione collettiva. Se non si salvano le sale cinematografiche, il cinema come esperienza condivisa non esisterà più. Lo dico sempre: guardare un film da soli su un dispositivo non ha lo stesso valore. Il cinema è un’esperienza collettiva, e senza la visione condivisa perde totalmente senso. Tornando dunque alla possibilità di utilizzare il cellulare, dico solo che è una possibilità concreta, a volte necessaria, che può essere integrata con intelligenza in un discorso più ampio che riguarda il linguaggio, la produzione, la realtà che cambia continuamente e che abbiamo il dovere di comprendere con elasticità.
Grazie Luca.

