Intervista a cura di Alessandro Chiodo
Foto di scena e di set di Maria Marín, che ringraziamo
Oggi parliamo di Follemente, l’ultimo film di Paolo Genovese. È letteralmente un viaggio nella mente dei due protagonisti, Edoardo Leo e Pilar Fogliati. Ma soprattutto è una sfida per chi ha dovuto raccontare questa storia. Incontriamo due artisti, due artigiani, due professionisti che creano l’immagine del film: Fabrizio Lucci, direttore della fotografia, e Max Sturiale, scenografo. Fabrizio Lucci ha numerosissimi film alle spalle, ha collaborato a lungo con il regista Paolo Genovese, specializzandosi nella commedia romantica elegante e nel dramma amoroso. Ha illuminato: Perfetti sconosciuti, Immaturi, The Place, Supereroi, e ora Follemente. Massimiliano Sturiale è uno scenografo straordinario, trasforma le sceneggiature in mondi fantastici. Per esempio Freaks Out, I Leoni di Sicilia – fatto con Fabrizio – Lo chiamavano Jeeg Robot. E ora Follemente. È il vostro secondo incontro. Come nasce il progetto di Follemente? Viene prima la scenografia o la fotografia?
FL: Faccio parlare Max, è nostro ospite. Mi è piaciuta la definizione di “artigiani”, hai centrato il punto.
MS: Grazie per l’invito del vostro Collettivo, che seguo e conosco. Sono contento di queste aggregazioni; condividere il lavoro è fondamentale. Lo scenografo è il primo a entrare in contatto con il regista, un portavoce per gli altri reparti. Con il regista inventiamo un mondo da proporre a tutti i capo reparti. Questo progetto è stato complicato: rappresentare la mente umana è stata una sfida!
Per chi non l’avesse visto, il film racconta la psiche di un uomo e di una donna che si incontrano, rappresentando con vari personaggi i vari aspetti delle loro personalità. Dovevate rappresentare cosa si anima nella mente dei protagonisti…


MS: Esatto. La difficoltà era rappresentare la testa dell’uomo e della donna senza stereotipi e senza mortificare nessuno. Pensavamo che la testa dell’uomo fosse più caotica, accumulatrice, e quella della donna più ordinata, per natura.
Qual è stata la vostra reazione iniziale al progetto?
MS: Panico puro! Ti confronti con tutto il pensiero umano su questo tema. Quando Paolo Genovese mi ha chiamato, mentre parlava mi è venuto in mente Dio esiste e vive a Bruxelles. La chiacchierata con lui mi ha stimolato. Poi il lavoro evolve con la sceneggiatura e le discussioni. Per la testa dell’uomo siamo arrivati a una soluzione dopo 4-5 proposte, ma quella della donna è stata complicata fino alla fine.
La testa delle donne è sempre la più complicata!
MS: Se la capissimo, saremmo tutti felici! Volevamo rispettarle, evitando fraintendimenti. Anche scegliere gli oggetti per le loro menti è stato un lavoro, bello ma faticoso.
Sul set il lavoro di Max finisce e inizia il tuo, ma prima c’è un confronto tra voi.
MS: Permettimi una premessa. Lo scenografo è il primo a collaborare con il regista per immaginare il mondo del film, ma poi il rapporto con il direttore della fotografia diventa fondamentale. Il suo lavoro è essenziale per far sì che il mio sia valorizzato al meglio. Il direttore della fotografia deve poter vedere e illuminare la scenografia nel modo giusto. Il mio lavoro non esiste senza il suo.
FL: E il mio non esiste senza il tuo. Quando Paolo mi ha fatto leggere la sceneggiatura, non l’ho capita subito. Mi chiedevo: “Come facciamo con le voci nella testa? Si capirà?”. Non avevo nemmeno visto Inside Out, più volte citato. Ero spaventato. Di solito con Paolo sono entusiasta, qui invece non ho capito il film immediatamente. È stato faticoso, non ero convinto. Avevamo tre ambienti: la casa reale e due “menti”, mai rappresentate prima. Per I Leoni di Sicilia c’erano riferimenti storici, dipinti, costumi, qui no. Come crei visivamente la psiche? La casa reale era un ambiente normale, ma le menti erano complicate. Abbiamo evitato cliché, cercando di immaginare un vero ambiente. Se ci siamo riusciti non lo so, ma il film funziona, la storia regge. Questo conta, l’apprezzamento del pubblico è stato straordinario, il film è molto divertente e quindi c’è qualcosa che ci supera. Noi siamo felici di aver fatto il nostro lavoro accompagnando la storia. Citando una battuta non mia: “la scenografia è la sceneggiatura della luce”, e in questo lavoro si comprende molto bene qual è la simbiosi tra uno scenografo e un direttore della fotografia. Per me è fondamentale avere una scenografia che rispecchi quello che ho in testa. Max: ha immaginato gli ambienti con un sacco di dettagli, pagine e pagine di disegni.

MS: Ho cercato di partire dagli opposti, perché è quello che siamo: siamo fatti di contrasti. La mente dell’uomo l’ho immaginata come un contenitore infinito, con il nero e il buio di fondo per dare l’idea di qualcosa senza fine, un posto caotico dove accumuliamo emozioni, ricordi, tutta la nostra vita. La donna ha la stessa tendenza ad accumulare, ma l’ho rappresentata con la luce: buio e luce si contrappongono, ma si armonizzano, un po’ come nel Tao. Ho usato specchi, riflessi, giochi di luce per conferire alla “psiche” femminile eleganza e ordine, quella capacità unica che ha una donna di affrontare la vita. L’uomo invece vive la vita diversamente, sempre in cerca di un’integrazione con l’universo. La donna ha un’innata lungimiranza.

Ho notato che nelle “menti” non ci sono finestre! Max non ti ha aiutato? Come ti sei approcciato all’illuminazione di questi ambienti, Fabrizio? Sono come dei salotti e c’è un’idea geniale di regia: lo spazio fisico dell’appartamento “reale” si sovrappone a quello delle menti. Quando i personaggi sono sul divano nell’appartamento, anche nelle menti sono sul divano; quando si affacciano, è come se lo facessero dal cervello. C’è un dialogo tra gli spazi, anche a livello di luce. È una luce diegetica, senza sorgenti esterne. Come l’hai gestita?
FL: Mi fa piacere che tu abbia colto questi dettagli. Per esempio, quando lui si affaccia dal balcone dell’appartamento, nelle menti i personaggi assumono una posizione simile, come se fossero su un balcone immaginario. Potevamo esagerare con questi “assist” tra le scene, ma Paolo, il regista, ha detto: “Non serve, lo facciamo solo ogni tanto”. È bravo in questo: non voleva rendere tutto troppo ovvio o schematico. Non era necessario che se Di Leo fosse in piedi, tutti i suoi “io” fossero in piedi, o se era in bagno, che tutti finissero in bagno! Avevamo un sacco di idee, ma abbiamo dovuto selezionarle con cura per non confondere il pubblico. Le finestre non le abbiamo messe di proposito. Volevamo che questi ambienti dessero la sensazione di essere chiusi, come una scatola cranica. Con gli uomini ho potuto giocare di più con la luce, usando contrasti più marcati per creare atmosfera. Le donne erano quattro attrici bellissime che si muovevano liberamente. Non potevo dire: “State ferme lì” o “Non andate qua”. Avevano totale libertà di espressione e movimento. Per questo ho usato due macchine da presa. Ogni tanto Paolo ne prendeva una per divertirsi e inquadrava proprio le mie luci: “Ti serve quella lì?”… “Paolo, se è lì…” (ridono ). A volte Paolo persino spostava le luci, ma va bene così, siamo una squadra! Il film viene prima di tutto. A me interessa più che una battuta funzioni, piuttosto che avere una luce perfetta. Per le scene delle donne abbiamo creato un cielo di luci soffuse (Sky panel), diviso in zone, per dare un po’ di contrasto e profondità dove serviva. C’erano specchi e luci di scena che ci hanno aiutato molto. Con Max lavoriamo in grande collaborazione: tutto quello che facciamo è per il film, non per l’aspetto del lavoro che ci riguarda più direttamente. Se il film non funzionasse, anche con una bella fotografia mi sentirei sconfitto.

MS: Concordo completamente. È così.
La parte “reale” del film si svolge in un appartamento, un ex lavatoio; quando vivevo a Roma stavo in un posto simile. Vedendo il film mi sono chiesto: “Possibile che abbiate girato tutto quel tempo in un ex lavatoio? con tutti quegli attori?”. Raccontatemi di questa location.
MS: Era ricostruita in studio, ma non è stata la nostra prima idea. All’inizio volevamo girare la casa in una location vera, per sfruttare la realtà dell’esterno, le finestre, il contesto. Ma poi ci siamo scontrati con un problema: ci serviva la casa per troppo tempo, dovevamo entrare e uscire continuamente per girare le scene delle “menti” e tutto il resto. Alla fine, abbiamo capito che la cosa più comoda e giusta per questo film era costruirla in studio. Anche a livello di costi, era più conveniente. È stata una decisione ragionata, anche se a Fabrizio non è andata subito giù.



FL: Vero, io sono più per le location reali che per il teatro di posa. Ne abbiamo discusso tanto con Max e Paolo. Ero un po’ recalcitrante all’idea, non lo nego, ma non posso imporre la mia visione. Paolo mi ha spiegato che non trovava una location reale perfetta per la storia, e alla fine ho capito. Così ci siamo inventati una soluzione: un grande video wall in movimento per gli esterni finestra. Per esempio, quando lui esce sul balcone, metà delle volte era davvero un balcone a Testaccio; poi abbiamo usato dei “plate”, inquadrature reali da riportare in studio proiettate sul video wall. Avevamo sempre l’ambiente con la vista sui terrazzi vicini, una partita in corso, televisioni accese, lenzuola che sventolavano: questo ha dato una verità incredibile. Non si capisce che è girato in studio.
Avete fatto un lavoro straordinario, ci sono cascato in pieno!
MS: Merito della bravura di Fabrizio, davvero. Però ti dico, all’inizio ero contento di occuparmi solo delle “menti” dell’uomo e della donna, ma poi le esigenze sceniche hanno cambiato tutto. Abbiamo progettato la casa come un ex lavatoio, con il bagno dall’altra parte rispetto alla camera da letto, una cosa rara negli appartamenti veri, dove i servizi sono sempre vicini alla zona notte. Questo ci serviva per la storia: lei dal bagno può vedere lui che esce dalla stanza e va al frigorifero. Spesso sono le necessità di sceneggiatura a guidarci. E, come diceva Fabrizio, siamo al servizio del film. All’inizio capivo il potenziale dello script, ma non immaginavo la fluidità che regia e montaggio avrebbero dato. È un film di regia e montaggio, fatto in tempi strettissimi, e il risultato è eccezionale.
FL: La montatrice è Consuelo Catucci
Di solito, con le location naturali, entri, giri e non torni più. Qui è stato diverso?
FL: Siamo partiti dalla casa dell’incontro tra i due protagonisti, ma è stato complicato. Loro recitavano senza sapere come le “menti” avrebbero interagito con le loro situazioni. Attori come Giallini, Papaleo, Lastrico e Santamaria per la mente dell’uomo, o Puccini, Fanelli, Giannetta e Pandolfi per quella della donna, non c’erano sul set. È stata una scoperta anche per noi. Ci chiedevamo: “come gli diamo le battute?”. C’erano due attori di accademia che stavano nascosti sotto il divano (ride), a volte gli davano le battute altre volte Di Leo e Pilar Fogliati le immaginavano… È stato un salto nel vuoto, ma il nostro lavoro è così, imprevedibile. Ti racconto una cosa su Perfetti sconosciuti che dimostra quanto il nostro lavoro sia imprevedibile. Il film racconta una cena, e le cene si fanno di sera, no? Allora ci siamo detti: giriamo dalle 8 di sera alle 2 di notte in una casa vera. Gli attori e la troupe ci guardavano come pazzi: “Ma perché non giriamo di giorno? Che senso ha fare tutte queste notti?”. Ma noi abbiamo insistito. Il motivo? Il mood. Una cena deve sentirsi vera. Non puoi mangiare gnocchi alle 10 di mattina e fingere che sia sera. Girare di sera ha dato al film un’atmosfera autentica, e il pubblico l’ha adorato. Pensavamo di aver fatto bingo con quella scelta. Ora, con Follemente, abbiamo girato in teatro, di giorno, e sta andando altrettanto bene. Questo dimostra che non c’è una formula fissa: ogni film ha il suo stile, e noi dobbiamo trovarlo.
Tutto il film mi ha fatto ridere tantissimo, ma ci sono delle perle che fanno la differenza. La prima è quando lui arriva sotto casa di lei e la trova in preda all’ansia, che accende e spegne le luci in continuazione. La prima cosa che vede di lei, così come il pubblico, non è il suo volto, ma questa sequenza di luci che si accendono e si spengono. È una gag semplicissima ma che fa subito capire il tono del film. Fabrizio, questa idea era in sceneggiatura o è nata sul set?
FL: Era in sceneggiatura. E c’era una battuta legata a quel momento che fa ridere tanto. Lui rimane interdetto e pensa: “Cominciamo così? Vado da una matta?”. E poi arriva la spiegazione, che è ancora più divertente. Ti svelo un’altra cosa: quella vista dal basso, con la casa e le luci, è totalmente ricostruita con gli effetti speciali.
Davvero?
FL: Il terrazzino è vero, ma la casa non esiste. È stata messa in post-produzione. Max ha disegnato la casa e poi i VFX l’hanno inserita digitalmente, esattamente com’era stata pensata.
MS: Esatto, il terrazzo condominiale c’è, ma la casa sopra no. Io ho progettato la struttura, ho dato i disegni ai VFX, in particolare a Stefano Leoni, e loro hanno inserito tutto in post-produzione. Anche il gioco delle luci è stato gestito digitalmente.


Quindi tu Fabrizio qui non hai fatto nulla? (ride)
FL: Zero! Mi chiamano “il delega”! (ride)
Il delega?!
FL: Esatto! Perché io prendo i film e poi i ragazzi fanno tutto loro! (ridono)
Parlando di scenografia, una delle scene che mi ha particolarmente divertito è la scena dell’archivio. Avevo le lacrime agli occhi. È geniale: gli uomini non trovano risposte giuste nel presente e le vanno a cercare tra questi vecchi schedari polverosi. È un’idea di sceneggiatura o è nata sul set?
MS: È tutto merito di Paolo. Ha un’intelligenza narrativa incredibile. Io ho rivisto il film per la seconda volta e me lo sono goduto molto più della prima. La prima volta mi ha fatto ridere, la seconda volta ho colto molte più sfumature nei dialoghi e nei dettagli. Paolo ha questa capacità unica di creare film che potrebbero essere pièce teatrali, ma con un ritmo cinematografico incredibile.
Mi hai tolto la domanda di bocca, questo film, come Perfetti sconosciuti potrebbe benissimo essere una pièce teatrale, ma con un dinamismo da cinema.
MS: Assolutamente sì. E ti dirò di più: ho già un’idea per la scenografia teatrale! Ne parlerò a Paolo!

FL: Perfetti sconosciuti è in giro per il terzo anno come spettacolo teatrale. L’unica volta che ho fatto le luci a teatro è stato proprio per Perfetti sconosciuti, quando Paolo mi ha coinvolto. È stato interessantissimo, perché a teatro fai le luci una volta sola, poi il cast va in tour e ogni teatro deve adattarle. È un’esperienza completamente diversa rispetto al cinema. Immaginatevi con quanta insistenza si è cercato di convincere Paolo a fare Perfetti sconosciuti 2! Ma lui ha sempre resistito. Ha detto: “Quello è un gioiello. Perché rischiare di rovinarlo con un sequel?” E ha avuto ragione. Alcuni film devono rimanere unici.
Tornando a Follemente, c’è una scena che deve essere stata un incubo da girare: quando tutti gli aspetti delle menti si incontrano. È un momento visivamente complesso, ma è reso in modo molto fluido. Come avete gestito questa sequenza?
FL: All’inizio, la casa aveva punti più definiti: la zona del tavolo, il divano, la cucina. Quando sono arrivati tutti e otto i personaggi, abbiamo dovuto ampliare la luce per evitare zone d’ombra e mantenere leggibile l’azione. Abbiamo fatto delle piccole aggiunte, come se qualcuno avesse acceso delle nuove luci nell’ambiente.
Max, qual è stato l’elemento più bizzarro che Paolo ti ha chiesto di rappresentare?
MS: Il bello è che Paolo non mi ha dato molte indicazioni. Mi ha lasciato libertà totale, quindi ho dovuto immaginare io come costruire gli spazi e le profondità. Ho creato archi, scalinate nel vuoto, strutture che non portano a nulla. Tutto per dare quella sensazione di incompletezza, come se la mente fosse in continuo movimento.
E per te, Fabrizio, qual è stata la richiesta illuminotecnica più difficile?
FL: La scena più complicata è stata quella dell’incontro tra tutte le menti. Abbiamo dovuto creare un’atmosfera avvolgente senza appiattire l’immagine. All’inizio avevamo anche provato ad aggiungere del fumo per dare un effetto più rarefatto, ma poi l’abbiamo ridotto per non appesantire la scena.
Come ricorderete questo set?
FL Forse è brutto da dire, ma sui set di Paolo sembra di essere in vacanza. Siamo sempre gli stessi, ci conosciamo da anni, un gruppo di amici in tutti i reparti. Non li cito tutti. Paolo ha un talento unico: mette tutti a proprio agio, dagli attori in giù, e tira fuori il meglio senza mai creare tensione. Se qualcuno alzasse la voce sarebbe fuori posto. Ed è una cosa fondamentale per il nostro lavoro, perché se hai paura di sbagliare, come un calciatore che si blocca o un tennista con il braccio fermo, non rendi. Così diamo tutti il massimo. Paolo ha una grandissima sensibilità, l’ho sentito dire in un’intervista: “Magari a volte ci perdiamo del tempo, perché si scherza un po’, ma sono convinto che alla fine questo ci ripaghi”. E ha ragione.

MS: È come una famiglia, ti senti dentro un gruppo. Ma non sono sempre io il suo scenografo, c’è anche Chiara Balducci, che stimo e che mi ha insegnato tanto. Paolo ti fa sentire libero, e se sei libero lavori meglio. È una sua dote, ama questo lavoro.
Max, c’è qualcosa che non ti ho chiesto ma volevi dire?
MS: Guarda, io aggiungerei un grazie alla Lotus e a Paolo Sciarretta, che condivide la filosofia di Paolo Genovese e ci mette nelle condizioni migliori per lavorare. Con loro c’è un’alchimia, un modo prezioso di impostare il lavoro. La produzione è vicina alla parte artistica, sappiamo che ogni risorsa sarà investita nel film, con grande collaborazione. Qualsiasi richiesta intelligente, per il progetto, sarà ascoltata. Paolo Sciarretta è encomiabile.
Grazie a entrambi.
SCHEDA TECNICA
Camera: ARRI ALEXA 35
Lenti: Hawk V Lite anomorfiche
Formato di ripresa: 4.6 K arriraw
Aspect Ratio: 2.39:1
Noleggio: REC
Post produzione: LASER FILM
Operatore: STEADICAM Luca Dell’Oro
Secondo operatore: Fabio Di Battista
1° Focus puller: Alessandro Montesanti
2 focus puller: Alessia Sugamele
Capo elettricista: Stefano Proietti
C. sq. macchinista:Alessio Lampazzi
DIT: Sandro De Frino
Colorist: Cristian Gazzi













