Per raccontare una storia d’amore non bisogna aver timore di aprirsi emozionalmente.
Ma per avventurarsi in una fiaba bisogna prendere qualche rischio:
quando si accetta il suo gioco bisogna accettare tutto, anche l’impensabile.
Salvatore Mereu
È in concorso al festival di Locarno il film Alberi erranti di Salvatore Mereu. Scritto dallo stesso Mereu insieme ad Alberto Capitta, il film è un’opera di ampio respiro, della durata di 180 minuti, interpretata da Romeo Perrone, Giulia Maenza, Lorenzo Richelmy, Lupo Barbiero ed Edoardo Raiola. Francesco Piras CCS firma la fotografia, Emita Frigato firma anche la scenografia, il montaggio è curato da Salvatore Mereu e Jacopo Quadri, il suono da Beatrice Mele, con missaggio di Rainer Russo. I costumi sono di Salvatore Aresu e Noemi Tronza.


Alberti erranti è una produzione VIACOLVENTO, realizzata in coproduzione con Rai Cinema. Le vendite internazionali sono affidate a Minerva Pictures. Il progetto è stato realizzato con il sostegno della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, della Regione Autonoma della Sardegna, della Sardegna Film Commission e della Provincia di Nuoro.
Piero e suo figlio Giuliano vivono soli oltre i margini della città, in un casolare stipato di animali feriti che loro accolgono e curano. I Nonne, notabili del luogo, vogliono cacciarli via perché vivono come vagabondi. Durante una grande nevicata, Piero scompare e gli animali vengono uccisi. Giuliano si mette alla ricerca del padre. Durante il viaggio incontra Maddalena ed è amore a prima vista.

Ci ha raccontato Francesco Piras CCS:
«Ho affrontato la fotografia di questo film con un approccio estremamente libero, lasciando che fosse soprattutto la luce naturale a guidare il racconto. Ho cercato la luce, l’ho inseguita, aspettata e a volte accolta nella sua semplicità, affinché diventasse parte integrante del realismo magico che attraversa il film. Le riprese si sono svolte nell’arco di un lungo periodo, seguendo il ritmo delle stagioni e delle loro trasformazioni. Abbiamo attraversato neve, pioggia e vento, girando tra il mare, i fiumi e le montagne della Sardegna, sfruttando spesso la luce dell’alba, del tramonto e quei brevi istanti di luce a cavallo, in cui tutto sembra sospeso. Abbiamo girato interamente con una ARRI Alexa Mini e una sola ottica, una Zeiss CP.2 Super Speed 35 mm. Una scelta essenziale che ci ha permesso di mantenere uno sguardo coerente e una forte vicinanza ai personaggi, senza mai interrompere il rapporto diretto con gli spazi e con il paesaggio. Il film è costruito attraverso numerosi piani-sequenza, che ho operato personalmente con la macchina da presa. Questa scelta mi ha permesso di mantenere un controllo costante e diretto dell’inquadratura, del movimento e soprattutto della luce, che nel corso del film richiedeva spesso un punto di vista estremamente preciso. Con una luce naturale così mutevole è stato sempre necessario cercare l’angolo giusto e modificarlo con il variare della luce. Operare personalmente la camera è stato quindi un modo per preservare quella relazione intima e immediata tra gli attori, il paesaggio e la luce. Ogni scelta fotografica è stata sempre guidata dall’intenzione di non estetizzare la realtà o imporre uno stile visivo, e dal tentativo di trovare un’immagine che fosse autentica e profondamente coerente con il mondo del film. Naturalmente ci sono stati anche momenti di grande complessità tecnica. Abbiamo illuminato un bosco durante una lunga sequenza notturna e ricreato la pioggia in condizioni particolarmente difficili. Una delle sfide più impegnative è stata la realizzazione della sequenza ambientata durante una tormenta di neve: per due giorni la troupe ha trasportato a spalla tutte le attrezzature fino alla cima della montagna, perché la nebbia e le condizioni meteorologiche rendevano impossibile l’utilizzo dell’elicottero. Un ruolo fondamentale lo hanno avuto anche le luci diegetiche, nate da un intenso dialogo con la scenografa Emita Frigato. Insieme abbiamo cercato di fare in modo che ogni fonte luminosa appartenesse realmente allo spazio del film. L’obiettivo era lasciare che la magia emergesse dalla luce stessa e accompagnasse con discrezione l’atmosfera della fiaba immaginata da Salvatore Mereu. Una fotografia che cerca di rivelare il paesaggio e i volti in un film dove il reale e il meraviglioso convivono naturalmente».


