Intervista a cura di Mirco Sgarzi CCS
Foto di backstage di Mabel Beltran (DIT)
Ringraziamo per i fotogrammi Akram Chalouah (colorist)
Partiamo dall’inizio. Come sei arrivato a lavorare in Medio Oriente?
Ho iniziato nel 2015, grazie a Emad Bdaiwi, un amico giordano-palestinese con cui avevo studiato all’Accademia dell’Immagine dell’Aquila. Aveva aperto una società di produzione in Giordania e voleva espandersi nel mercato degli Emirati Arabi. Mi ha detto: Chiodo, ho un progetto per te ad Abu Dhabi, ci divertiamo, ti va di venire? Non ci ho pensato due volte. Ho fatto le valigie e sono andato a girare una serie di 30 episodi. Mi sono portato dietro una squadra dall’Italia perché all’epoca lì non c’era il know-how necessario. Era tutto nuovo per loro. Da quel momento non mi sono più fermato e ho continuato a lavorare in Medio Oriente.
Samarkand, 2015
Com’è cambiato lì il mercato cinematografico rispetto a quando hai iniziato?
Il cambiamento più grande che ho visto è stato l’avvento delle piattaforme di streaming come Netflix e Amazon, oltre a piattaforme per il mercato Mediorientale come Starzplay e Shahid. Fino a quel momento tutto era centrato sulla televisione tradizionale, soprattutto durante il Ramadan. Le serie prodotte per il Ramadan sono un mondo a parte: 30 episodi, uno al giorno, per un mese intero. Parliamo di centinaia di milioni di spettatori ogni sera, il che rende questo momento cruciale per la televisione araba. Con l’avvento delle piattaforme si stanno producendo serie più brevi, da 6 a 10 episodi, pensate per un pubblico più giovane. Sta cambiando il modo in cui fruiscono dei contenuti durante tutto l’anno.

Quali sono state le principali sfide tecniche e organizzative che hai dovuto affrontare?
Sicuramente la preparazione è stata una delle maggiori difficoltà. In Europa siamo abituati a pianificare tutto con mesi di anticipo. Ogni dettaglio è sotto controllo. In Medio Oriente è diverso. Spesso si parte con preparativi minimi indispensabili e poi si improvvisa molto. Non puoi sempre fare affidamento su una scaletta di produzione rigida, devi essere pronto a cambiare location o a riadattare le scene all’ultimo minuto. Ho imparato che bisogna salire su una nave carica di tutti gli strumenti ma senza sapere esattamente dove andrà. Il che ti obbliga a essere flessibile e a inventare soluzioni sul momento. Questo ha il suo lato positivo: a volte nascono situazioni inaspettate e magiche, come ad esempio le condizioni atmosferiche.

Quindi il tempo sul set è gestito diversamente rispetto all’Italia?
Assolutamente sì. In Medio Oriente si lavora molto di più. In Italia o in Europa, abbiamo turni più protetti, ci sono sindacati, associazioni, “regole” con una media di 9 ore al giorno. In Medio Oriente, si arriva facilmente a lavorare 14 ore al giorno, a volte anche per 10 giorni consecutivi senza pause, e la pausa pranzo è quando tramonta il sole. La cosa più dura per me è stata adattarmi a questo ritmo. Non hai sempre il tempo che vorresti per prepararti o per studiare la luce come piace a noi, ma questo mi ha insegnato a essere più veloce e a trovare soluzioni in minor tempo.
Sul set in Medio Oriente
Nonostante questi ritmi, sei riuscito a dare alle tue produzioni un’identità visiva molto forte. Puoi raccontarci come ci sei riuscito?
Ho sempre puntato a creare un’identità visiva potente, che si distinguesse. In una delle serie che ho girato, Al Waad – The Promise, diretta da Mohamed Khiari e prodotta da Yaser Fahmy, ambientata tra l’Arabia (attuale Arabia Saudita) e la Tunisia ho voluto rappresentare questi due mondi con un contrasto visivo netto. Per l’Arabia, ho scelto toni caldi, desertici, con molto sole, usando colori arancioni e dorati per evocare il calore del deserto. In Tunisia invece ho usato toni freddi, blu, creando una sorta di inverno artificiale. Non avevo mai usato tanti teli per fare ombra come in questo set. L’obiettivo era quello di dare alla Tunisia un aspetto più europeo, lontano dai clichés visivi del Nord Africa caldo e assolato. È stato un esperimento, ma ha funzionato. Il pubblico non aveva mai visto la Tunisia rappresentata così e l’ha apprezzato molto.
Al Waad – The Promise
Quindi hai cercato di rompere con i clichés visivi del Medio Oriente?
Esatto. Cercare di evitare i clichés è sempre una mia priorità. Un esempio interessante è stato durante una serie storica in cui dovevamo rappresentare le tende beduine. Tradizionalmente queste tende sono chiuse da tre lati, ma visivamente non funzionava. Quindi, insieme al reparto scenografia e al regista, abbiamo deciso di aprirle, creando spazi più ampi e profondi. Dal punto di vista storico è un falso, certo, ma visivamente risultava più efficace e interessante. E nessuno si è lamentato di questa licenza creativa. Questo perché nel mondo arabo non esiste la stessa ricchezza di riferimenti visivi storici che abbiamo in Europa. La cultura visiva araba è molto diversa dalla nostra. In Europa siamo abituati a vedere storie e figure rappresentate visivamente da migliaia di anni. Pensa all’iconografia cristiana: abbiamo rappresentato la vita di Cristo e delle figure bibliche in quadri, affreschi, statue e mosaici per oltre duemila anni. Ogni aspetto della nostra cultura visiva è intriso di questa lunga tradizione artistica. Nel mondo arabo, invece, per motivi religiosi, non è mai stata incentivata la rappresentazione visiva, anzi. Per esempio, Maometto non può essere rappresentato. Questo ha influenzato profondamente la loro cultura visiva, che si è sviluppata meno rispetto alla parola. La parola, la poesia, la narrazione orale, hanno un valore molto più forte nella loro tradizione. È attraverso la parola che tramandano le loro storie, le loro leggende, la religione. Questo si riflette anche nei dialoghi delle sceneggiature che, spesso, sono più ricchi, elaborati e leziosi, pieni di giri di parole rispetto ai dialoghi a cui siamo abituati in Occidente. Noi europei siamo passati a un linguaggio verbale più sintetico e diretto nel corso del tempo.

Dunque, la mancanza di una forte tradizione iconografica per te ha rappresentato un’occasione di maggiore libertà creativa sul set?
Sì. Nel mondo visivo europeo ogni dettaglio ha una storia e una tradizione: sappiamo esattamente come dovrebbe apparire una crocifissione o un gruppo di contadini all’ora della preghiera, perché le abbiamo viste rappresentate centinaia di volte. In Medio Oriente, mancando questo bagaglio iconografico, non ci sono rigidi vincoli visivi. Questo mi ha dato una libertà incredibile nel creare immagini nuove arricchite dalla nostra cultura visiva, e rompere con le aspettative visive del pubblico. Ho potuto giocare molto con i colori e dare un’identità visiva diversa. Per un direttore della fotografia è una sfida ma anche una grande opportunità.

Al Waad –The Promise
A proposito di libertà creativa, come hai gestito la questione della censura, che in Medio Oriente è molto forte?
La censura è un aspetto molto delicato. In Medio Oriente non puoi mostrare le scene intime che in Occidente siamo abituati a vedere. Non si possono mostrare baci, né corpi seminudi. Le scene di intimità vengono rappresentate attraverso dialoghi molto intensi. Nessuna nudità, niente seni o spalle scoperte. È tutto molto simbolico, e affidato alla parola. Questo ha un impatto importante sulle scelte visive e narrative. Quando, per la prima volta, ho dovuto girare la scena di una prima notte di nozze ero molto eccitato e non sapevo che tutto doveva essere risolto senza che i due attori si toccassero. Abbiamo iniziato a girare, mi aspettavo almeno un abbraccio o una carezza, ma nulla… alla fine, quando è stato dato lo “Stop”, mi sono ritrovato a pensare un po’ deluso: Tutto qui il sesso? La scena d’amore era stata consumata solo a parole. Per noi occidentali è curioso, perché siamo abituati a rappresentare certe emozioni in modo più fisico, ma lì tutto deve essere sottinteso, velato.

Com’è stato lavorare con le troupe locali? Dicevi che inizialmente hai portato persone dall’Italia? E in seguito?
All’inizio ho dovuto portare con me molti tecnici dall’Italia. Nel 2015 in Medio Oriente non sapevano nemmeno cosa fosse il DIT (Digital Imaging Technician). Ho dovuto formare un team da zero, portando dall’Italia 15 persone, operatori, assistenti e persino scenografi e truccatori. Ma con il tempo le cose sono migliorate. In paesi come la Tunisia e la Turchia, ad esempio, c’è una tradizione cinematografica di buon livello, in Marocco le maestranze parlano italiano! E adesso posso lavorare con molti tecnici locali. Di solito porto con me solo una o due persone chiave, come l’operatore steadicam, il DIT o il capo elettricista, perché il loro mercato è ancora un po’ carente di queste figure.

Ormai lavori da quasi dieci anni nel mercato medio-orientale. Ci sono altri direttori della fotografia locali che stanno emergendo?
Sì, ci sono diversi amici e colleghi che stanno crescendo. In Tunisia, Libano e Egitto, ad esempio, ci sono delle scuole di cinema e un mercato fiorente che hanno formato dei buoni tecnici e direttori della fotografia. Ma il loro percorso è diverso dal nostro, un po’ più “veloce”. Un anno hai un assistente l’anno dopo è operatore… Si tende a saltare qualche tappa rispetto a noi. Questo è dovuto alla mancanza di maestranze in un mercato in forte crescita. Io ho avuto una formazione più rigida, seguendo il percorso classico nella troupe di Vittorio Storaro per quindici anni o più. Ho attraversato tutte le fasi del mestiere: cableman, video assist, loader, focus puller, fino a operatore e direttore della fotografia di seconda unità quando è capitato. Lavorare con Storaro è stata un’esperienza incredibile, un privilegio. Ricordo ancora il giorno in cui mi ha invitato nella sua biblioteca, mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha detto: Adesso siamo colleghi. È stato un momento di grande emozione, ma anche di dolore. Mi ha portato fino a lì e poi mi ha detto che a quel punto dovevo andare avanti da solo. Questo è successo nel 2015, e da quel momento ho cominciato a lavorare come cinematographer in Medio Oriente, costruendo la mia strada.

Hai mai avuto problemi nell’integrarti in un mercato così diverso dal nostro?
No, mai. Anzi, direi l’opposto. Mi hanno sempre portato in palmo di mano, perché offrivo qualcosa di nuovo. Loro vedono il direttore della fotografia come una figura chiave. Vedono il mio lavoro come un valore aggiunto, e questo mi ha sempre fatto sentire apprezzato. Mi trattano come il fuoriclasse di una squadra di calcio che porta un tocco diverso, ed è una cosa che ti fa sentire una responsabilità ma allo stesso tempo ti spinge a dare il massimo.

Durante questi anni hai vissuto qualche situazione curiosa o aneddoto che ti è rimasto particolarmente impresso?
Oh sì, ce ne sarebbero molti! Uno che ricordo bene è accaduto durante una ripresa notturna in un castello sperduto. Il generatore si è guastato e ci siamo ritrovati senza corrente e senza generatore di scorta a portata di mano. Abbiamo dovuto girare l’intera scena con centinaia di torce e candele. Non era quello che avevamo pianificato, ma alla fine la scena è venuta bene, anzi, è stata molto suggestiva. Questo è un perfetto esempio di come bisogna essere flessibili e inventare soluzioni sul momento. In Medio Oriente, impari presto che i piani possono saltare in ogni momento, e che l’improvvisazione è una delle tue migliori alleate.
Cosa consiglieresti ai direttori della fotografia che vogliono fare esperienza in Medio Oriente?
Se volete fare esperienza in Medio Oriente, preparatevi a lavorare duro e a sacrificare qualche comfort. Non aspettatevi la stessa organizzazione che trovate in Europa, ma, se saprete adattarvi e mantenere professionalità e disciplina “marziale”, verrete apprezzati. È un’esperienza che vi farà crescere, sia come professionisti che come persone. Scoprirete un modo di lavorare diverso, più umano, ma anche pieno di sfide. Insomma, mettete in valigia spirito di adattamento, curiosità e una buona dose di pazienza. E ricordate: non basta pensarci, bisogna agire. Prendete un aereo e cominciate. Il lavoro non manca! Se non altro, tornerete con delle storie da raccontare.




























