The Art of Italian Cinematography and Beyond

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Il documentario come avventura umana. Conversazione con Alessio Valori CCS su Gorgona: l’ultima isola-prigione d’Italia

Intervista a cura di Silvia Tarquini

Guarda il film qui

 

Dal 22 febbraio è disponibile su Arte TV il documentario Gorgona: l’ultima isola-prigione d’Italia. Come sei entrato in contatto con questo progetto?

Avevo già lavorato con la produzione tedesca Medien Kontor per altri film documentari. Loro producono film per Arte TV sia in Francia che in Germania, un canale interamente dedicato al documentario, con tanti slot diversi: dal documentario d’autore al reportage. Un tipo di canale che in Italia non abbiamo. Da noi si producono pochissimi documentari, vengono trasmessi su Rai 3, di notte, oppure girano per festival, dunque non hanno la possibilità di arrivare a un pubblico più grande. La produzione Medien Kontor mi ha contattato chiedendomi se ero disponibile per girare il film Gorgona: l’ultima isola-prigione d’Italia per 3 settimane nell’ isola di Gorgona in Toscana. Ero libero ed ho accettato immediatamente, il progetto mi interessava molto. Avevo già girato in passato nelle carceri, sapevo quanto fosse difficile fare un buon lavoro ma anche quanta ricchezza si potesse trarre da un’esperienza di questo tipo.

Gorgona VALORI

Quale è stata la realtà che hai scoperto una volta sull’isola?

Gorgona è un’isola interamente adibita a prigione, un territorio gestito dallo Stato per fini detentivi. Attualmente ospita circa 85 detenuti, oltre al personale di sorveglianza, gli “assistenti”. Ma Gorgona è un istituto penitenziario particolare, diverso dalle carceri tradizionali: vi vengono trasferiti detenuti selezionati per buona condotta e stabilità psicologica, che trascorrono l’ultima parte della loro pena in un ambiente molto diverso dalle normali prigioni. Pur avendo commesso reati gravi, spesso omicidi, i detenuti possono circolare liberamente durante il giorno, lavorare e avere accesso a vari strumenti e attrezzi da lavoro di ogni genere. L’unico momento in cui rientrano in cella è la notte, per dormire. Nonostante la funzione carceraria dell’isola, alcune abitazioni dell’isola sono rimaste in comodato d’uso ad ex residenti, che vi abitavano negli anni ’70 e ’80. Oggi, Gorgona ha un’unica residente stabile: una donna di 94 anni che ha scelto di non abbandonare la sua casa. Ha instaurato un forte legame con i detenuti, che la considerano una sorta di nonna e l’aiutano con le faccende quotidiane. L’isolamento è un aspetto cruciale della vita a Gorgona. Circondata dal mare per un raggio di circa 35 chilometri, la fuga è impensabile. Inoltre, le condizioni meteorologiche possono rendere impossibile la navigazione, bloccando l’arrivo di rifornimenti, o possono causare interruzioni di elettricità e impedire il normale ricambio del personale. Quando il mare è agitato, nessuno può entrare o uscire. Noi stessi, dopo aver terminato il nostro lavoro, siamo rimasti bloccati per tre giorni a causa del forte vento e delle onde troppo alte per la navigazione. Questo isolamento forzato è una metafora della natura stessa di Gorgona: un carcere senza sbarre, ma da cui è impossibile fuggire.

Gorgona VALORI

Qual era l’atmosfera? Sei entrato in relazione con i detenuti?

Gorgona esiste per sperimentare una modalità diversa di detenzione. La possibilità di dare a detenuti che hanno una storia molto pesante alle spalle, e che hanno condanne di 20-25 anni, spesso per omicidio, la chance di trascorrere l’ultima parte della pena con una maggiore libertà di movimento e soprattutto a contatto con la natura. Nell’isola c’è bisogno di una falegnameria, e quindi di falegnami, come di altri tipi di mestieri. Si produce anche un vino molto pregiato: la cantina Frescobaldi possiede dei vigneti sull’isola e sono i ragazzi detenuti che giornalmente si occupano della raccolta e della produzione del vino guidati da esperti che vengono dalla cantina toscana ad aiutarli. Ho conosciuto due ragazzi, due fratelli del Trentino, condannati entrambi per pluriomicidio, abituati fin da piccoli a fare la transumanza per lunghi periodi portando al pascolo gli animali, nei boschi, nelle valli; nati nella natura, si trovano bene a Gorgona, e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto prima di entrare in carcere.  Il fatto che i detenuti abbiano accesso a tutti gli strumenti è una cosa molto forte, anche solo psicologicamente. Viene offerta loro una grande responsabilità, una grande fiducia. Hanno martelli, seghe, trapani, trattori… Con loro ci sono molti animali: pecore, cavalli, mucche, galline; in maggior parte fanno i contadini.

Gorgona VALORI

Avevi avuto altre esperienze di documentario? Quali sono le caratteristiche del lavoro nel documentario per un direttore della fotografia?

Ho avuto varie esperienze nel mondo del documentario, soprattutto in passato ho collaborato alla realizzazione di molti film documentari per lo più girati all’estero. Ad uno di questi sono molto legato anche se sono passati tanti anni, è un progetto del 2009. È un film che ho fatto in Afghanistan, Girls on the Air di Valentina Monti. Siamo partiti per l’Afghanistan da poco liberato dal dominio talebano, con grandi difficoltà ma in totale libertà produttiva e creativa, e siamo riusciti a fare un bellissimo film su un gruppo di donne, ragazze molto giovani, che gestivano una radio, dal nome “Radio Sahar”. Il film fu presentato in concorso all’IDFA – International Documentary Film Festival di Amsterdam, uno dei festival di documentari più importanti d’Europa e fu nominato come miglior film. Era un documentario con un forte sguardo autoriale. Lavorare per i documentari mi ha permesso di viaggiare e di scoprire luoghi speciali. La cosa che accomuna tutti questi film, e ciò per cui il documentario mi interessa molto, è il fatto che offre la possibilità di entrare in situazioni che altrimenti non si potrebbero vivere. È impensabile che qualcuno vada a passare 20 giorni della sua vita a Gorgona per vedere come vivono i detenuti e avere un rapporto con loro, come è impensabile che uno vada in Afghanistan a farsi un giro per un mese per cercare di capire cosa succede nella società afghana. Il documentario ti dà la possibilità di entrare in contatto con storie e situazioni reali, con dei personaggi e un mondo che altrimenti rimarrebbero lontani e sconosciuti.

Gorgona VALORI

Per quanto riguarda invece la tua professione, la modalità di girare, potresti sintetizzare quali sono le differenze con la fiction? Quello che ne pensi…

La differenza con la fiction è molto forte, perché ovviamente nella finzione tutto dipende dal regista. Negli ultimi anni in realtà il cinema di finzione in qualche modo sta prendendo molto dal documentario, secondo me. Ci sono tanti registi che tendono a dimenticarsi il più possibile della finzione e cercano un approccio più documentaristico. D’altra parte bisogna tenere presente che anche nel documentario c’è una componente di finzione, almeno posso dire che nessun documentario di quelli a cui ho preso parte è stato completamente di osservazione della realtà. È la nostra stessa presenza che inevitabilmente apporta qualcosa di costruito. Però c’è una grande differenza nel tipo di materiale che viene utilizzato. Nel cinema e nelle serie tv si usano macchine di un certo tipo, con ottiche cinematografiche, focus puller, un’attrezzatura che nel documentario non sarebbe possibile. Perché nel documentario bisogna essere molto veloci nel creare le immagini, nel capire dove mettersi con la macchina e nel girare il più possibile. Durante un documentario è impensabile accendere un proiettore; siamo noi che dobbiamo cercare la luce mettendoci nell’angolo giusto, cercando di essere il meno invasivi possibile. Un’altra grande differenza credo che sia nel rapporto che si ha con i “personaggi”. Nel cinema di finzione ci si rapporta con gli attori, nel documentario con delle persone che hanno bisogno di un approccio diverso. Nel documentario una cosa che mi è stata spesso chiesta dai registi con i quali ho lavorato è un approccio con le persone molto lento, graduale. Si tende a partire passando del tempo con i personaggi, senza l’attrezzatura. Quando si capisce che in qualche modo si è creato un legame, si può cominciare a lavorare. Nel mondo della finzione avviene l’opposto: spesso la richiesta è di non avere nessun legame, nessuna interferenza con gli attori, perché non ce n’è bisogno, un attore sa benissimo quello che deve fare. C’è insomma un approccio completamente diverso, non solamente da un punto di vista tecnico, ma soprattutto da un punto di vista umano. Inoltre penso che nel documentario il lavoro del regista e quello del direttore della fotografia/operatore quasi si fondano: ci deve essere un’affinità molto forte, il regista deve potersi davvero fidare perché in un film documentario raramente ha un monitor in cui seguire quello che vede l’operatore.

Gorgona VALORI

Quindi, a proposito della tua relazione con Carmen Butta, la regista di Gorgona, puoi dire cosa ti ha chiesto, come vi siete relazionati e quali scelte tecniche hai fatto per lavorare sull’isola?

L’idea iniziale era che Gorgona è un punto in mezzo al mare, con dei confini naturali. Da una parte volevamo mostrare che si trattava di un paradiso, perché effettivamente lo è, l’isola è bellissima, incontaminata. Allo stesso tempo però dovevamo mostrare il mare come una sorta di muro, di barriera, di sbarre. La scelta obbligata era di lavorare con macchine piuttosto piccole, che io potessi gestire da solo. Ho voluto provare a lavorare sui fuochi usando l’auto-focus, che oggi, grazie all’intelligenza artificiale, dà ottimi risultati, e devo dire che mi sono trovato molto bene. In passato, dovendo fare il fuoco da solo, mi trovavo a tenere la macchina da presa in un modo un po’ scomodo, e soprattutto poteva capitare di sbagliarlo spesso. Con questo nuovo sistema ho avuto le immagini tutte a fuoco. Potevo muovermi con semplicità, potevo spostarmi da una parte ad un’altra, a volte potevo avvicinarmi alla persona ripresa in maniera da avere un primissimo piano e se lui scappava via il fuoco rimaneva inciso. Ho deciso di lavorare con una Sony x6 e due zoom, uno un po’ più largo e uno un po’ più stretto, ma tendenzialmente ho sempre lavorato con un solo zoom, il 24 /70 mm, per me ideale per raccontare questa storia. Nel documentario, l’aspetto fondamentale è comunque l’empatia, non la tecnica. Senza empatia, la persona che stai seguendo non si aprirà mai veramente, non racconterà di sé, non svelerà i suoi timori o i suoi segreti. Girare un documentario significa, in qualche modo, diventare un tutt’uno con ciò che si sta raccontando. Una troupe di quattro persone deve sviluppare un’intimità profonda con chi incontra. Passavamo intere giornate con i detenuti, condividendo la loro routine e il loro spazio ed è solo così che si è creato quel legame che poi ci ha permesso di affrontare con loro discorsi molto privati sulle loro vite. È molto importante il tempo che si trascorre insieme ai personaggi, la relazione che si crea con loro, la ricerca del momento in cui le persone iniziano a raccontarsi spontaneamente. Quando si riesce in questo lavoro il film prende forma e migliora.

Gorgona VALORI

C’è un episodio particolare che vuoi raccontare? Importante per il film o che ti è rimasto in modo speciale?

Nei primi giorni, come ti dicevo, ci siamo conosciuti, ci siamo annusati, tra l’altro alcuni della troupe erano tedeschi, per cui c’erano delle difficoltà. Pian piano abbiamo legato con due persone, due ragazzi, uno avrà avuto 40 anni circa e uno forse 55. Avevano creato una saletta prove dove suonavano con una piccola band: un ragazzo albanese, bravissimo batterista, un bassista e un cantante, di circa 35-40 anni. Un giorno ci hanno portato nella saletta, dove hanno microfoni, chitarre, basso, batteria e tutto, e hanno iniziato a suonare per noi, pezzi creati da loro. Noi eravamo lì, giravamo… Prima una ripresa, poi un’altra… A un certo punto, mentre stavamo parlando e nessuno stava più suonando, il ragazzo albanese si è messo alla batteria a fare un ritmo molto ballabile, un ritmo blues, divertentissimo. Uno dei detenuti ha iniziato a muoversi in un modo, la regista in un altro, il fonico ha cominciato a muoversi, e anche io ho cominciato a muovermi… Nel giro di qualche minuto ci siamo ritrovati tutti a ballare e la cosa è durata per dieci minuti. È stato bellissimo. Avevo acceso la macchina da presa e così ci siamo fatti dieci minuti di backstage fenomenali. Tutti insieme a ballare su questo ritmo meraviglioso. Da quel momento è cambiato tutto. Se i primi 4-5 giorni erano stati un po’ difficili, con un po’ di timidezza da parte dei detenuti, e anche da parte nostra, in quel momento si è rotto ogni limite. Ci hanno accolto completamente e girare con la macchina da presa accanto a loro è diventato naturale.

Grazie Alessio. 

Stella gemella, Manca

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