Filippo Chiesa, membro del Collettivo Chiaroscuro, ha vinto il prestigioso riconoscimento Best Cinematographer (Documentary) dell’edizione 2025 dell’IFFA – Indie Film Festival di New York, grazie al suo lavoro sul film Il sale nell’anima diretto da Luca Noris. La cerimonia ha visto la partecipazione di talenti emergenti e affermati da tutto il mondo, offrendo una vetrina internazionale per produzioni indipendenti di qualità. Chiesa si è distinto per la capacità di coniugare un’estetica visivamente potente a una narrazione empatica, valorizzando la dimensione intima e autentica del documentario. Il riconoscimento agli IFFA rappresenta un importante traguardo internazionale per la cinematografia italiana e conferma il ruolo del CCS nel promuovere eccellenza tecnica e visioni autoriali innovative. Il film inoltre è stato selezionato per la 9a edizione del prestigioso SalinaDocFest. Festival Internazionale del Documentario Narrativo, che si svolgerà a Salina dal 15 al 20 luglio.

Il commento al premio del regista Luca Noris:
Intervista a Filippo Chiesa CCS
a cura di Silvia Tarquini
Filippo, complimenti per questo importante premio. Vuoi raccontarci come sei stato coinvolto in questo progetto? Come tutto è iniziato?
Un premio alla fotografia che condivido con tutti i miei compagni d’avventura, senza i quali, non sarebbe stato possibile raggiungere questo risultato. Un enorme grazie a Luca Noris, Francesco Ronchi, Sandro Russello, Andrea Monachello, Alessandro Bernardi, a tutte le persone che abbiamo avuto la fortuna di incontrare durante le riprese. Su come sia nato il mio coinvolgimento posso dire che credo che Luca Noris mi abbia coinvolto perché, negli anni, mi sono costruito un’esperienza sulle piccole produzioni, quelle più intime, anche se ho lavorato anche con grandi produzioni, soprattutto in pubblicità. Come tutti sappiamo, per i documentari non ci sono mai abbastanza soldi per realizzare ciò che si vorrebbe, così ho passato la mia vita professionale a sperimentare come ottenere immagini di altissima qualità con soluzioni non standard. Probabilmente, in Italia, sono stato tra i primi, a utilizzare quelle che oggi chiamiamo le mirrorless, ma che all’epoca erano fondamentalmente delle reflex digitali. Si partiva dalla 5D, e ancor prima dal PS Technic. Dunque ho sempre cercato di ottenere un’immagine di elevata qualità, dal taglio cinematografico, con attrezzatura accessibile. Per questo film, come in tanti altri, ho utilizzato le mie luci, spesso non disponibili nei rental, e non standard. Negli anni infatti mi sono costruito un discreto parco attrezzatura, per poter, in ogni momento, uscire anche da solo o con un assistente e portare a casa il lavoro con la qualità che desidero. Perché, per me come per tutti nella nostra professione, la qualità è al primo posto. Per tutti questi motivi, immagino, sono stato coinvolto nel progetto.
Dunque cosa ti ha chiesto Luca Noris per questo film?
Gran parte del mio lavoro è creare visivamente ciò che il regista mi chiede. In questo caso, data la situazione ̵̶ ci trovavamo a Porticello, un villaggio di pescatori vicino a Bagheria ̶ avevamo la necessità di essere invisibili. I pescatori infatti non sono abituati ad avere camere puntate addosso. Dovevamo creare un’atmosfera molto intima, e così è stato. Luca è molto bravo a fare gruppo, non solo con noi. Aveva affittato un appartamento in cui dormivamo e cucinavamo tutti insieme. È stata un’esperienza molto intima anche da questo punto di vista, cosa che spesso non accade nelle produzioni standard. Di solito, finito il lavoro, ci si saluta. Invece qui, oltre a un gruppo professionale, si è creato un vero e proprio gruppo di amici. Ci conoscevamo già, c’è stata una bellissima sintonia e penso si veda anche dalle immagini. In questa sintonia abbiamo coinvolto anche i pescatori e gli abitanti di Porticello. Mi ha colpito molto, in particolare, filmare la processione del bellissimo culto dedicato alla Madonna del Lume; tra l’altro, era il primo anno che la processione riprendeva, dopo tre anni di fermo dovuto al Covid.

Quali sono le esperienze, anche più tecnicamente parlando, che hai messo a frutto in questo film?
Abbiamo lavorato con delle Mirrorless Sony perché le ritenevo le più adatte alle nostre esigenze. In passato sono stato un detrattore dell’autofocus, ma oggi non lo sono più. In determinate circostanze fa la differenza, soprattutto in produzioni così piccole dove si è davvero in pochi: come dicevo, c’eravamo io (che mi occupavo anche di una delle macchine da presa), il regista, Francesco Ronchi, l’altro operatore, e Sandro Russello, l’operatore drone. In post-produzione, il montaggio è stato curato da Luca stesso e la color-correction dal mio carissimo amico Alessandro Bernardi, con cui spesso tengo dei workshop. La produzione era davvero ridotta all’osso. Tra l’altro voglio sottolineare che è stato un lavoro corale, specialmente durante le riprese in mare. Io soffro molto il mal di mare, quindi in alcune situazioni Francesco Ronchi mi ha sostituito. Ci sono state anche altre occasioni in cui non ho potuto essere presente a causa di impegni pregressi. Non potendo programmare con anticipo alcune uscite a Porticello, ne ho saltate alcune. Insomma, è stato un vero lavoro di squadra, realizzato grazie all’ottima sintonia che si è creata sul set. La scelta di ottiche autofocus è stata dettata da questa contingenza. Se utilizzate con una visione cinematografica, oggi le autofocus permettono di fare molte cose. Si possono calibrare i cambi di fuoco in modo fluido senza compromettere la qualità dell’immagine. Le stesse ottiche autofocus, soprattutto le G Master di Sony, che in questo caso sono ottiche proprietarie che abbiamo utilizzato, se dotate dei filtri giusti, riescono a rendere una vera e propria “pasta” cinematografica, passatemi il termine.

Mi accennavi che non tutti hanno un’apertura a queste tecnologie… Puoi aggiungere qualcosa su questo?
Tempo fa feci uno scherzo: inventai delle pseudo-lenti cinematografiche che avrei avuto in esclusiva da provare, chiamandole “Crisopoli”. In realtà erano delle lenti G Master Sony autofocus, dotate dei filtri che si utilizzano normalmente anche con le ottiche cinema. Quasi tutti i miei amici direttori della fotografia ci sono cascati, perché ormai anche la qualità delle ottiche fotografiche, se utilizzate con cognizione di causa, riesce a rendere moltissimo e, soprattutto, a essere d’aiuto in quelle situazioni in cui non si ha a disposizione un focus puller o un assistente che dia una mano con i fuochi. Devo dire che, nel caso de Il sale nell’anima, sono state una manna dal cielo. Ribadisco che l’esigenza era quella di riuscire ad aiutare la luce naturale, perché in quelle situazioni si lavora in gran parte con questa. Si trattava di trovare le giuste situazioni di luce e di capire come supportare la luce naturale con quella artificiale, senza snaturarla, cosa che credo sia un po’ il cruccio di tutti i direttori della fotografia. Penso che ne Il sale nell’anima il nostro approccio sia stato premiato e questo perché la regia di Luca Noris è, a mio parere, attenta e, se vogliamo, poetica, e sa sposarsi perfettamente con l’atmosfera del luogo. Credo che la sensibilità di Luca sia stata fondamentale per catturare l’atmosfera di questo paese di pescatori. Il film racconta l’ultima marineria non assorbita dalle grandi major, dove si pesca ancora con la lampara, come si faceva un tempo. Abbiamo realizzato un documento, con capitoli in cui abbiamo voluto omaggiare Guttuso.
Sicuramente il tuo premio è un segnale di speranza per chi è costretto a fare cinema a basso budget…
Assolutamente sì. Ormai, per quanto riguarda le camere, “cadi sempre in piedi”. C’è una forbice sempre più stretta tra camere a costi accessibili e le cosiddette “ammiraglie”. Oggi c’è la possibilità per tutti di portare a casa prodotti di qualità, e questo, secondo me, è un bene anche per gli studenti, che oggi possono avere accesso facilmente all’attrezzatura. C’è spazio insomma per la creatività, per la voglia di fare e per le produzioni low budget.
