The Art of Italian Cinematography and Beyond

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Il premio “Iron Camera 300” dell’ICFF Manaki Brothers va a Luca Coassin CCS per il film L’Mina di Randa Maroufi

Dopo il Leitz Cine Discovery Prize conquistato a Cannes 2025, il direttore della fotografia Luca Coassin CCS vince il premio “Iron Camera 300” dell’ICFF Manaki Brothers, sezione documentari, ancora con il cortometraggio L’Mina di Randa Maroufi.

Dichiarazione della giuria e annuncio del vincitore del premio:
«Nella categoria del film documentario, in una sezione curata con grande attenzione da Kumjana Novakova, ci sono state presentate otto opere – ognuna delle quali offriva qualcosa di distinto e significativo. La decisione non è stata facile. Abbiamo scelto di premiare un film che combina diversi tipi di immagini in un linguaggio visivo costruito con cura, rivelando ciò che spesso è invisibile o nascosto. Un film in cui si percepisce fortemente la collaborazione tra il collettivo di cineasti e gli abitanti del luogo. In un momento in cui si sta compiendo un genocidio e le voci contro il terrore e l’oppressione vengono messe a tacere, riteniamo essenziale dare valore ai documentari che danno voce a chi vive nell’oscurità, affinché la luce possa raggiungere tutti noi. La Iron Camera 300 è assegnata a Luca Coassin per L’Mina».

Coassin al Manaki
photo credit: Haein Shim

Il film (26’), coproduzione tra Francia, Marocco, Italia e Qatar, ricostruisce – con l’aiuto degli stessi abitanti – il lavoro nei pozzi di carbone della città marocchina di Jerada, dove l’estrazione è ufficialmente vietata dal 2001 ma prosegue clandestinamente. L’Mina completa la trilogia che la regista marocchina-francese dedica a tre città del suo Paese, dopo Le Park (2015) e Bab Sebta (2019), entrambi pluripremiati nei festival internazionali. Prodotto da Shatamata Production (Francia) con il sostegno, tra gli altri, di Doha Film Institute, Sharjah Art Foundation e Fondazione In Between Art Film, il corto nasce da un cantiere artistico durato oltre tre anni, che ha coinvolto maestranze locali e professionisti europei. Girato in parte in Super 8 mm dalla filmmaker Wiame Haddad e impreziosito da scansioni 3D e un complesso lavoro di post-produzione, il film mescola forma documentaria e messa in scena, affidando ai minatori reali il ruolo di sé stessi. Alla premiazione la motivazione della giuria della Semaine ha sottolineato «la forza immersiva e l’audacia visiva» dell’opera, mettendo in evidenza la sua «urgenza politica e poetica nel dare voce a una comunità invisibile». Con questo riconoscimento, L’Mina entra nell’albo d’oro che negli ultimi anni ha visto affermarsi nel cortometraggio autori come Pedro Almodóvar e Carlo Sironi. Dopo la première mondiale sulla Croisette, il film proseguirà il percorso nei festival autunnali ed è già stato acquisito per le vendite internazionali da Square Eyes.

L'Mina Coassin

ABBIAMO CHIESTO A LUCA COASSIN DI PARLARCI DELLA SUA COLLABORAZIONE CON LA REGISTA E DEL SUO APPROCCIO FOTOGRAFICO AL FILM:

«Dopo i pluripremiati Bab Sebta: Ceuta’s Gate e The Park (Small Gold Camera 300 al Manaki Brothers Film Festival 2016), L’Mina è la mia terza collaborazione con Randa Maorufi, autrice che preferisce definirsi visual artist piuttosto che film-maker, le sue opere, infatti, si discostano dal linguaggio cinematografico tradizionale.  L’Mina rappresenta un’evoluzione e, al tempo stesso, un’ulteriore sperimentazione rispetto ai lavori precedenti. La lavorazione ha visto un grande lavoro di squadra: una troupe ampia, impegnata in preparazione, riprese e post-produzione. Molte professionalità hanno contribuito a un progetto di breve minutaggio ma densissimo, sviluppato nell’arco di oltre tre anni.

Dal punto di vista fotografico il film riunisce materiali concepiti fin dall’origine per la post-produzione e riprese in Super 8 mm realizzate da Wiame Haddad, da integrare con la consistente parte girata in studio. Gestivamo dunque due set in continua evoluzione. Ogni inquadratura era un frammento di un puzzle destinato a fondersi al montaggio in un unico piano sequenza. L’architettura del cortometraggio si è dunque definita solo al termine della lavorazione: un viaggio nelle miniere di Jerada attraverso i volti e i corpi dei veri protagonisti, non di attori. Un’opera coraggiosa, estremamente sperimentale; un racconto di vita autentica.

L'Mina Coassin

Mai come in questa occasione la fotografia ha dovuto procedere, fin dalle prime fasi, in perfetta sinergia con la scenografia, per dare a Randa libertà di movimento ed espressione. Test cromatici, cambi scenografici in corso d’opera: un work in progress stimolante e rigoroso. L’approccio fotografico è stato mirato alla post-produzione finale, ma è stato anche guidato da un uso meticoloso di parametri ottici e colorimetrici, per raccontare con il massimo controllo ogni elemento umano e ambientale davanti all’obiettivo. Di fronte a un “materiale umano” di rara bellezza e autenticità, ho dovuto frenare il mio istinto di fotografo, spesso attratto da ispirazioni pittoriche, optando per set-up di luce riflessa, volutamente privi di giustificazioni realistiche e ridotti all’essenziale. Ho cercato di mantenere un realismo naturale, al confine tra documentario e finzione, restando fedele alla visione di Randa. Dal punto di vista ottico, le lenti Leica Summicron mi hanno garantito un controllo millimetrico della profondità di campo: pochi centimetri di differenza, anche a molti metri di distanza, avrebbero mutato il messaggio visivo. Avevo inoltre bisogno della qualità e della definizione necessarie alla post-produzione, senza accumulare inutilmente troppi K di informazione.

Ringrazio tutti i miei collaboratori — assistenti, macchinisti, elettricisti, data manager, colorist, DIT, ecc. — senza i quali la professione dei direttori della fotografia non potrebbe esistere. E, naturalmente, grazie a Randa, che in ogni progetto mi consente di sperimentare e di imparare qualcosa di nuovo».

Coassin al Manaki
photo credit: Haein Shim

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