Isola, diretto da Nora Jaenicke e interpretato da Fanny Ardant e Joanna Kulig, è presente al Mercato del Film del Festival di Cannes 2025. Alla fotografia Valentina Caniglia CCS. Thriller psicologico, girato all’Isola d’Elba, racconta il legame complesso tra due donne. La storia ruota attorno a Joanna (Joanna Kulig), una donna di 40 anni intrappolata in un matrimonio con un uomo ricco e possessivo. L’incontro con Ada (Fanny Ardant), l’enigmatica badante del marito, innesca un percorso di emancipazione e auto-scoperta che porterà Joanna a confrontarsi con i propri desideri e paure più profondi.
Il film è stato girato prevalentemente in inglese con una troupe internazionale. La produzione è a cura di Manish Mundra per Drishyam International, con la co-produzione di Ariens Damsi per Eliofilm. Le riprese si sono svolte tra settembre e novembre 2023 all’Isola d’Elba, scelta per la sua atmosfera sospesa e senza tempo, che riflette la dimensione emotiva del racconto.
Isola è distribuito a livello internazionale da Minerva Pictures International.
ABBIAMO CHIESTO A VALENTINA CANIGLIA CCS DI RACCONTARE IL SUO LAVORO FOTOGRAFICO PER IL FILM:
«Isola è stato un viaggio fotografico importante, anche perché era da tempo che non giravo in Italia. Abbiamo realizzato questo film all’isola d’Elba con Fanny Ardant e Joanna Kulig, due attrici straordinarie. La storia è un thriller drammatico incentrato sul rapporto tra queste due donne. Per la fotografia ho adottato un approccio più naturale rispetto al mio solito, perché la narrazione lo richiedeva: un look sobrio ma allo stesso tempo costruito con inquadrature molto precise, perché le due protagoniste sono quasi sempre presenti insieme nell’inquadratura, al centro della composizione.
Con la regista volevamo creare l’impressione che non fosse chiaro se la storia si svolgesse nel presente o in un passato recente. Tutte le scelte – dai colori ai costumi, dagli arredi ai luoghi – sono state orientate in questa direzione. Abbiamo scelto ambientazioni che evocano il passato, ma senza indicare esplicitamente un’epoca precisa, lasciando volutamente ambigua la collocazione temporale. Anche attraverso la luce ho cercato di restituire questa sensazione: ho utilizzato fonti alogene che entravano dalle finestre, ma con un trattamento molto morbido e raffinato, tagli di luce leggeri e delicati. È stato fondamentale mantenere un equilibrio tra le temperature colore degli interni e quelle degli esterni, per creare un’armonia visiva che rispecchiasse questa sospensione temporale.

Ho girato con le HAWKS Vintage 74, lenti straordinariamente morbide e suggestive. In molte scene la luce è stata interamente ricreata, simulando quella del sole che entra nella villa in cui si svolge gran parte del film. La storia richiedeva un approccio particolare: l’isola diventa un vero e proprio personaggio, al pari delle due protagoniste. Ho lavorato molto con la luce naturale diurna e, negli interni, ho utilizzato fonti luminose come lampadine e bulbi, cercando un equilibrio tra luce naturale e luce artificiale calda, quasi da lampade a incandescenza. Ho costruito così un look visivo che riflettesse il tono del film, coinvolgendo ogni elemento dell’immagine – dalle luci ai colori, dalle tende agli arredi – per dare vita a un’atmosfera sospesa, come se si trattasse di un film fuori dal tempo. Ho creato contrasti lavorando su colori complementari. Insieme allo scenografo sono andata in un mercato per mostrargli le tende a velo colorate e trasparenti che utilizzo spesso, in questo caso nei toni del verde e del rosso, per poterle illuminare dall’esterno. È una tecnica che ho affinato negli anni e che ormai fa parte del mio lavoro fotografico. Ho collezionato nel tempo queste tende leggere, che porto sempre con me proprio per filtrare la luce e generare colori sull’immagine. Quando le pareti sono bianche, diventano una superficie perfetta su cui proiettare questi toni.
Inoltre, era fondamentale trasmettere al pubblico il legame tra le due protagoniste, un legame iniziale che, nel corso della storia, si spezza con l’emergere dell’ossessione. Proprio per questo abbiamo scelto di utilizzare obiettivi anamorfici: permettevano di riempire lo spazio orizzontale dell’immagine, mantenendo entrambe le attrici nello stesso fotogramma. Era importante che fossero sempre in scena insieme, perché la storia non è raccontata da un solo punto di vista, ma da entrambi. Anche per questo le inquadrature sono state studiate con grande attenzione: abbiamo alternato campi larghissimi a primissimi piani, evitando le mezze misure. Questo forte contrasto serviva a restituire le emozioni interiori delle protagoniste, i loro stati d’animo, così come dovevano emergere nel racconto».








