The Art of Italian Cinematography and Beyond

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La famiglia cinematografica come antidoto al bullismo. Conversazione con Martina Cocco CCS su IL RAGAZZO DAI PANTALONI ROSA

Intervista a cura di Silvia Tarquini


Recentemente ha avuto molta risonanza la lettera con la quale l’associazione WIC – Women in Cinematography ha fatto notare al festival Camerimage una netta dominanza maschile (circa il 97%) tra i film selezionati. Nel set de
Il ragazzo dai pantaloni rosa, invece, c’è l’incontro tra una giovane e già affermata regista, Margherita Ferri, e te, una cinematographer donna. Mi sembra che non sia un caso, e che forse è stata una scelta per tentare di trattare un tema forte in maniera delicata. Il film racconta le dinamiche di esclusione e prevaricazione da parte di coetanei che nel 2012 hanno portato al suicidio Andrea Spezzacatena, un ragazzo di 15 anni. Tu e Margherita Ferri avete mai parlato di questa componente femminile, di questo punto di vista? Vuoi parlare del vostro incontro?

Margherita Ferri ed io ci conosciamo da oltre dieci anni, abbiamo frequentato più o meno nello stesso periodo il Centro Sperimentale di Cinematografia, ma non avevamo mai lavorato insieme prima d’ora. All’inizio di quest’anno Margherita mi ha chiamato per partecipare al progetto, dopo essere stata scelta come regista. La sceneggiatura è di Roberto Proia e Teresa Manes, la mamma di Andrea Spezzacatena, ed è tratta dal libro di quest’ultima Andrea. Oltre il pantalone rosa. Indubbiamente Margherita è stata scelta per la sua personale visione, per l’adesione a temi sensibili che ha dimostrato nei suoi documentari, come Generazione d’azzardo, nelle sue serie, Bang Bang Baby e Zero, e nel suo primo film, Zen sul ghiaccio sottile, una storia tra bullismo e identità di genere. Ci siamo da subito trovate molto bene sia da un punto di vista artistico che da un punto di vista propriamente relazionale. Uno degli obiettivi principali di Margherita per Il ragazzo dai pantaloni rosa è stato quello di creare un set non “tossico”, privo di dinamiche di esclusione e potere, un set positivo, in cui i giovanissimi attori potessero sentirsi a loro agio, protetti e sereni. Ed è quello che cerco sempre anch’io nel lavoro.

Sara Cavani, Margherita Ferri, Martina Cocco e Claudia Pandolfi

Da sinistra, Sara Cavani, Margherita Ferri, Martina Cocco, Claudia Pandolfi

Se capisco bene, l’armonia del set aveva un importante valore simbolico, era una proposta di antidoto al bullismo…

Esatto. Il set è una piccola famiglia, che dopo un breve periodo deve sciogliersi, però è una famiglia, e bisogna cercare di farla funzionare al meglio. Abbiamo provato a creare da subito delle dinamiche funzionali. La produzione, la Eagle, ha creato un gruppo di lavoro eccezionale, da Andrea Vellucci, aiuto regia, alla segretaria di edizione Sara Cavani, tutti i reparti hanno lavorato in grande armonia. Sono molto fortunata con le persone che mi circondano: le mie squadre mi hanno quotidianamente supportata, i miei capisquadra, Michele Cherchi Palmieri, Claudio Romani e Giordano de Blasis, mi fanno sentire molto tranquilla. Vorrei parlare di tutti uno per uno, ringraziarli singolarmente per il loro lavoro fantastico.

Ho notato che nella prima parte del film viene dato molto spazio alla rappresentazione della tenerezza, al bisogno di tenerezza che hanno questi bambini, ragazzini, in famiglia, con gli amici, a scuola. E ho trovato la fotografia molto in sintonia con questo. Ci sono dei toni molto morbidi, all’interno del realismo. Però c’è anche qualcosa che in alcuni momenti va al di là del realismo, qualcosa che ci trascina in una dimensione sognante e sospesa, che dà la sensazione di una dimensione di affettività, direi quasi di poesia.

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

È esattamente quello che abbiamo cercato di fare: raccontare questa storia drammatica con un tono intimo, tenero. Andrea rappresenta tutti i bambini, perché tutti i bambini e i ragazzi hanno un’interiorità complessa, la necessità di affetto, di esprimersi e di essere accolti, di tenerezza. All’interno di un linguaggio realistico abbiamo ricercato la “bellezza nella realtà”, una specie di “realismo magico”. La magia è negli abbracci della mamma, nelle carezze, negli sguardi, nei giochi tra fratelli. Non voleva essere, e non è, un film crudo, duro, drammatico. Come ha detto Margherita in un’intervista, è un film sulla vita di Andrea, non sulla sua morte. E mostra che Andrea poteva essere felice, che aveva successo in tutto. A scuola era bravo, cantava bene, riusciva nello sport. Penso che Margherita si sia presa cura della storia di Andrea, l’abbia raccontata nella maniera più affettuosa possibile, con grande profondità.

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

Come si è svolta la preparazione. Quali scelte tecniche hai fatto?

Già nel titolo del film c’è un colore, il rosa. Abbiamo lungamente riflettuto sul colore, su come far emergere il rosa tra i tanti altri colori che volevamo nel film. Insieme alla scenografa Veronica Rosafio e alla costumista Giorgia Maggi abbiamo cercato di creare un mondo che potesse dare la sensazione della vita di un ragazzino felice, di un mondo ricco di colori caldi e pastellati: la sua camera, blu e rossa, la sua casa, la sua scuola, i luoghi che frequentava; andava spesso al cinema, e abbiamo deciso di ambientarlo al Cinema dei Piccoli a Villa Borghese, che ha un colore verde pastello molto particolare. Al sopraggiungere di un conflitto più forte, i colori si spengono un po’, e siamo andati verso un look meno saturo. Il momento cardine della seconda parte del film è quello della festa in discoteca nella quale Andrea viene ingannato, deriso, attaccato, emarginato. La scena nel bagno è sottotono, emerge solo la torcia del telefono, è l’immagine più drammatica e violenta del film, il momento in cui Andrea viene aggredito da quelli che pensava essere i suoi amici. Riguardo alla tecnica, ho scelto subito di girare con l’ARRI ALEXA 35. Giro sempre con le ARRI, è la mia prima scelta, sono estremamente affezionata a queste macchine. Ho provato a girare con delle ottiche che potessero dare un look morbido, un po’ vintage.

Ho avuto la precisa sensazione di questo aspetto leggermente vintage, per esempio nella scena in cui Andrea è in autobus con la sua amica, oppure nei momenti in cui sono nel parco di Villa Borghese. Come hai ottenuto questo particolarissimo tocco?

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

Cercavo questa morbidezza sia nell’illuminazione che nella scelta delle ottiche; quindi ho provinato varie serie in Panalight ed ho optato per una serie di lenti Tokina in abbinamento con la ARRI ALEXA 35. Per quanto riguarda l’illuminazione io amo la luce morbida, avvolgente sui volti. Ovviamente ogni progetto ha le sue caratteristiche, ma per questo film abbiamo scelto proprio una luce morbida, avvolgente e calda. In questo mi ha aiutato anche, in fase di post-produzione, l’eccezionale lavoro del colorist Rosario Balistreri.

Un’altra scena che mi ha colpito è quella in cui Andrea canta l’Ave Maria, la prima volta che canta, nel paesino. Anche lì regia e fotografia insieme creano una dimensione molto sospesa, quasi ipnotica. Vuoi dire qualcosa su questa scena?

È una scena a cui sono molto affezionata. Per questioni di luce ci dovevamo sbrigare moltissimo. Dovevamo girare prima del calare della notte, durante la blue hour che dura mezz’ora. È stato un momento intenso, da cogliere con rapidità.

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

Hai aggiunto luce oppure era solo luce naturale?

Abbiamo messo luci diegetiche per creare l’atmosfera della festa di paese, filari con bulbi caldi e luminarie nella piazza e lumi alle finestre delle case, poi c’era il giocoliere con il fuoco sullo sfondo. Volevo creare un po’ di contrasto tra il cielo blu elettrico e le luci calde della festa di paese.

Una luce completamente diversa da quella della sequenza della festa in discoteca, dove i fasci di luce entrano nell’obiettivo e sembrano pugnalate.

Quella della discoteca, anche se è triste, è una delle mie scene preferite. Il montatore Mauro Rossi ha fatto un bellissimo lavoro: improvvisamente nella confusione della festa tutti i compagni scompaiono, Andrea rimane da solo e in qualche modo si rende conto di essere completamente solo. È come se i fasci di luce lo trafiggessero in questa solitudine, proprio così. È quello che abbiamo cercato di fare: avere strali di luci che lo attraversassero, che lo lasciassero in balia della solitudine, dello smarrimento.

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

Eri anche in macchina o avevi un operatore? Vuoi parlare del lavoro sull’inquadratura?

Mi piace moltissimo stare in macchina ma per questo film ho avuto la fortuna di poter lavorare con due macchine e con due operatori eccezionali, Stefano Mancini e Andrea Grossi. Il lavoro sulle inquadrature era quello di cercare di stare più possibile con Andrea, per rendere il suo punto di vista. Eravamo sempre molto vicini al primo piano di Samuele, perché Margherita voleva soffermarsi sulle sue reazioni, sui suoi occhi espressivi. Solo alla fine del film capiamo che in realtà la narrazione è quella della mamma, fatta dopo la morte di Andrea. Ma il tentativo di Teresa Manes, del suo libro, quindi della sceneggiatura di Roberto e infine del lavoro di regia di Margherita è stato quello di ricostruire il punto di vista di questo ragazzo, quelli che potrebbero essere stati il suo pensiero, le sue emozioni e motivazioni. Speriamo di essere riusciti a restituire una visione di cui Andrea sarebbe orgoglioso.

Approfondiamo il discorso sugli attori, del tuo rapporto con gli attori. Vuoi partire da qualche episodio che ricordi, che è stato significativo?

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

Si dice sempre, ma questo è stato un film con un cast davvero fenomenale. Samuele Carrino, interprete di Andrea, è stato favoloso, è riuscito a creare una vera empatia con il personaggio. Ricordo che a volte veniva sul set la vera mamma di Andrea e Samuele si commuoveva. Tutti abbiamo pianto, ci siamo commossi, ma per Samuele c’è stata una vera e propria identificazione con il personaggio, che è andata al di là del semplice ruolo. Anche Sara Ciocca, interprete dell’amica di Andrea, è un’attrice straordinaria, così come Andrea Arru, interprete del personaggio di Christian. Non sono ragazzi inesperti, sono attori super professionali, sempre preparati: non hanno mai avuto problemi nel capire quello che dovevano fare, erano a loro agio, estremamente propositivi, perfino consapevoli della macchina da presa e della luce. Sono stati di grandissimo aiuto, dovevamo solo cercare di stare al passo con la loro energia. E poi c’era il piccolo Pietro Serpi, un bambino di soli sette anni ma iper-professionale, non sbagliava una posizione, non dimenticava una battuta. Sia Samuele che Pietro sono riusciti a creare un rapporto con i loro “genitori di scena”, Claudia Pandolfi e Corrado Fortuna, entrambi bravissimi nei rispettivi ruoli. Claudia era una specie di vera mamma per i bambini, riusciva a scherzare ed essere materna e a volte ad essere un po’ più esigente. Credo che questo abbia giovato molto al film. Claudia è una persona eccezionale, porta sempre il buon umore. È stata molto coinvolta dal film; pochi giorni fa ha pubblicato un video su Instagram in cui si rivolgeva in lacrime a tutte le persone che dopo aver visto il film le hanno scritto confidandole esperienze personali dolorosissime. Il film tocca un gravissimo e diffusissimo problema. E noi abbiamo tutti lavorato nel tentativo, credo, di fare qualcosa per Andrea Spezzacatena, per rendergli giustizia e amore, e per essere di aiuto a tutti quei bambini e ragazzi che possono vivere una situazione simile.

Grazie Martina.

Il ragazzo dai pantaloni rosa, Martina Cocco

Martina Cocco e Margherita Ferri sul set de Il ragazzo dai pantaloni rosa
Stella gemella, Manca

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