The Art of Italian Cinematography and Beyond

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L’emozione dietro la macchina da presa: intervista a Massimo Intoppa CCS, dop di “Vakhim”

Le adozioni internazionali sono viaggi emozionali intensi e complessi e il documentario Vakhim di Francesca Pirani racconta una di queste storie in maniera magistrale. La regista è madre adottiva di Vakhim, e solo nel tempo comprende che il bambino, in Cambogia, aveva una sorella, Maklin, anche lei adottata in Italia. Il film ripercorre le varie fasi della storia e soprattutto torna in Cambogia per mettere in scena i ricordi che Vakhim e Maklin avevano sempre espresso e che infine hanno potuto nutrire ricongiungendosi. Prodotto da Land Comunicazione, Vakhim è stato presentato nell’ambito delle Giornate degli Autori di Venezia 81  e sarà in anteprima a Roma al cinema Farnese il 24 settembre (sold out). Abbiamo intervistato Massimo Intoppa CCS, direttore della fotografia del progetto con la collaborazione di Luciano Usai, che ci ha raccontato il dietro le quinte, rivelando le sfide tecniche ed emotive incontrate durante le riprese.

La regista Francesca Pirani

Vakhim affronta con grande intensità il tema delle adozioni. Guardandolo ho percepito una forte carica emotiva. Quali emozioni avete vissuto durante le riprese, specialmente in Cambogia?

Girare Vakhim è stato estremamente coinvolgente. È stato straordinario come ci siamo comportati tutti. È stato qualcosa di diverso da un semplice documentario, è stata un’esperienza di vita. Spero che chi lo vedrà comprenderà quanto ci siamo emozionati. La nostra sfida è stata trasmettere le emozioni che stavamo vivendo. Avevo già lavorato a un documentario simile anni fa, ma questo progetto è stato diverso. Abbiamo girato alcune scene a Roma, ma è in Cambogia che c’è stata una fortissima carica emotiva. Era fondamentale catturare e ricostruire i vividi ricordi di Vakhim e Maklin. Di solito al cinema i ricordi vengono trattati fotograficamente con una certa sfumatura, ma in questo caso ho voluto renderli il più reali possibile, Vahkim e Maklin li descrivevano con precisione e vividezza.

Vakhim, Massimo Intoppa
Vakhim, cinematographer Massimo Intoppa

Quali indicazioni ti ha dato per la fotografia del film la regista, Francesca Pirani?

Conoscevo già Francesca, avevo lavorato con lei per un documentario precedente. Durante le riprese di Vakhim abbiamo parlato molto della fotografia. La mia principale preoccupazione era seguire le sue indicazioni: alcune erano molto precise, su altri aspetti c’è stata una ricerca in relazione alle sensazioni che cercava di trasmettere. In partenza ci sono state delle reference cinematografiche, ma, come spesso accade, sono state abbandonate durante le riprese. Alla fine abbiamo puntato a creare uno stile omogeneo. Sono soddisfatto del risultato finale, anche se non è stato facile armonizzare tutti gli elementi.

Vakhim

Infatti il film utilizza una tecnica mista, con vari formati e supporti diversi. Come avete gestito tutto questo a livello narrativo?

Abbiamo girato i ricordi dei protagonisti, ovvero la parte fiction, con una Sony F7 (grazie al generoso contributo di Camera Service, nelle persone di Luca, Filippo, Flavio e Gennaro), ottiche Zeiss 2.1, due Zoom Fujinon e un obiettivo catadiottrico Canon da 500mm che utilizzo spesso. I catadiottrici sono obiettivi piuttosto particolari perché hanno un unico diaframma, ma offrono un fuoco molto interessante. Su quella macchina, il 500mm si trasformava in un 1000mm, ed è con questo obiettivo che è stata realizzata l’immagine della locandina. Un obiettivo peculiare, che si è rivelato estremamente efficace. Qual è infatti la logica che guida un direttore della fotografia o un regista? È quella di focalizzare l’attenzione dello spettatore esattamente su ciò che desideri che guardi.

Vakhim, Massimo Intoppa
Vakhim, Massimo Intoppa

La ricerca dei bambini protagonisti delle ricostruzioni dei ricordi è stata costante, un continuo rivedere, riflettere… Come accennavo abbiamo cercato di raggiungere un grande realismo, soprattutto in quella parte: i ricordi erano talmente vividi che non potevamo nasconderci dietro ai soliti effetti. Anzi era proprio il contrario: quei ricordi erano più intensi di ciò che stavamo vivendo in quel momento. Ci sono poi tutte le riprese che Francesca ha realizzato nel corso degli anni, usando diverse videocamere. E la realtà incalzante ci ha portato a utilizzare qualsiasi cosa avessimo a disposizione, dai telefonini alle Canon. Le circostanze ci hanno spinto a improvvisare, specialmente quando abbiamo scoperto la madre biologica di Vakhim. Questo evento imprevisto ha cambiato completamente il corso delle riprese, portandoci in una direzione molto più emozionale e meno razionale. Nonostante tutto, il film è risultato omogeneo dal punto di vista emotivo, più che tecnico, e credo che questo sia ciò che conta. L’emozione ha reso omogenea la tecnica.

Parlando della finalizzazione, come avete gestito la color-correction, considerando i diversi formati?

È stato un processo complicato, soprattutto per l’integrazione dei materiali più datati. Abbiamo provato vari strumenti, compreso il software Topaz, per ridare definizione alle immagini girate da Francesca durante gli anni di crescita di Vakhim. Alla fine abbiamo deciso di mantenere la colorazione originale, cercando di modernizzarla quanto possibile senza perdere l’autenticità delle immagini. Il colorist, Mauro Vicentini, ha fatto un ottimo lavoro, soprattutto nella gestione dei neri e nel mantenere l’atmosfera drammatica del racconto.

Vakhim, Massimo Intoppa
Vakhim, cinematographer Massimo Intoppa

Considerando il budget limitato, come avete affrontato le scelte estetiche e pratiche?

Siamo partiti dal budget e abbiamo costruito tutto intorno a questo. Abbiamo scelto macchine e obiettivi compatibili con il documentario, senza mai tornare indietro sulle scelte fatte. La Sony F7 si è rivelata una scelta giusta, così come le ottiche Zeiss. Il budget limitato ci ha costretto ad essere creativi, ma alla fine abbiamo utilizzato ogni risorsa a disposizione nel modo migliore possibile.

Quali consigli daresti a dei giovani direttori della fotografia che desiderano lavorare su documentari impegnativi e tematicamente profondi come Vakhim?

Il consiglio che posso dare, valido un po’ per ogni situazione, è proprio quello di tenere sempre il budget come punto di riferimento principale. Se comprendi bene il budget a tua disposizione e lo usi come guida, riuscirai a gestire il progetto con successo. Una volta che hai fatto una scelta sui materiali, però, non dovresti mai tornare indietro.

Massimo Intoppa sul set di “Vahkim” in Cambogia

C’è un momento particolare delle riprese in Cambogia che ti è rimasto impresso?

Ci sono stati molti momenti intensi, ma uno dei più memorabili è stato quando ho preso in braccio una bambina, figlia della donna che interpretava la madre di Vakhim. In quel momento ho sentito in quel gesto un rapporto ancestrale con i bambini che forse abbiamo perso. Quei bambini erano sempre con noi, curiosi e partecipativi. È un ricordo che porto sempre con me.

Grazie, Massimo. Spero che Vakhim trovi il pubblico che merita.

Vakhim, Massimo Intoppa
Vakhim
Stella gemella, Manca

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