The Art of Italian Cinematography and Beyond

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Lettera del presidente

Foto: Greta de Lazzaris

Peter Jackson nei meravigliosi extra del Signore degli anelli ad un certo punto, parlando della preparazione del film, dice più o meno così: «Alla Weta [la sua casa di VFX e produzione a Wellington, in Nuova Zelanda] avevo fatto in modo che il mio ufficio fosse l’ultimo. Ogni mattina, per arrivare al mio ufficio ero costretto ad attraversare l’ufficio di Grant Major e del suo staff, lo scenografo e gli arredatori, di Ngila Dickson e Richard Taylor (i costumisti), di Fran Walsh e Philippa Boyens, gli sceneggiatori, di Andrew Lesnie, il direttore della fotografia, del line producer, del reparto VFX… In questo modo, pur essendo lungo il tragitto e spesso interrotto da soste, chiacchiere, saluti e battute, ogni giorno arrivavo a sedermi nel mio ufficio con diverse idee in più».

Da quando ho visto questa intervista a Peter Jackson, ormai diversi anni fa, questa sua semplice osservazione mi frulla in testa, e ogni volta penso alle tante, meravigliose possibilità della preparazione di un film. Il momento in cui tutti noi cerchiamo di capire come fare a realizzare “Il Film”, il migliore che abbiamo mai fatto, quello che segna il nostro punto di svolta, che colpisce ed emoziona gli spettatori. Lavorare fianco a fianco con i principali collaboratori creativi di un film o di una serie, scambiarsi le idee e veder crescere, in questo continuo interscambio, il progetto e moltiplicarsi esponenzialmente le idee. Vedere gli uffici di preparazione dei film o delle serie come luoghi in cui ogni giorno ci incontriamo con la/il regista, i collaboratori artistici e i produttori. Avere un ufficio a fianco al loro e condividere quotidianamente il percorso di crescita del film.

Mi è successo qualcosa di simile in alcune esperienze di set internazionali: Treadstone e The White Tiger, con Ramin Baharani, ma anche in Francia per Fleuve noir di Erik Zonca, e in Messico per Zerozerozero di Stefano Sollima. Abbiamo lavorato per settimane, fianco a fianco, per analizzare tutti gli aspetti possibili del film, del pilot o della serie, confrontandoci intensamente con scenografo e arredatrice, con i o le costumiste, ovviamente con il primo aiuto regista e con il line producer. Avevo un ufficio o almeno un tavolo, con un programma giornaliero di lavoro estremamente intenso.

Infine, ogni lunedì delle molte settimane di preparazione si teneva un incontro, coordinato dal primo aiuto regista, alla presenza dei produttori e di tutti i capo reparto e dei principali collaboratori creativi, in cui si faceva il punto della situazione e si davano gli obiettivi della settimana entrante.

Ognuno conosceva lo stato di avanzamento e i problemi possibili degli altri reparti, i problemi produttivi, e le scelte che si stavano operando. E quindi ognuno, a cascata, riportava in uno scambio di idee importantissimo, le problematiche del film e le possibili soluzioni ai propri reparti; io al reparto macchina da presa, elettricisti e macchinisti, spiegando le necessità, cercando e condividendo le soluzioni.

In Italia mi è stato molto difficile lavorare in questo modo.  Le produzioni tendono a ridurre i tempi di preparazione, soprattutto per i direttori della fotografia, senza pensare che per risparmiare qualche migliaio di euro impoveriscono il film. Ma spesso anche i registi non sono abituati a condividere o a spiegare a fondo i loro progetti, o più semplicemente a condividere i propri dubbi.

Certamente laddove la complessità tecnica è più evidente le maglie si allargano e le preparazioni diventano più intense: nella mia esperienza, Suburra, il film, Adagio, Io Capitano di Matteo Garrone, la serie Il Mostro, ma anche M, il figlio del secolo, che però aveva tutte le caratteristiche di una grande produzione internazionale, hanno avuto preparazioni intense.

Però, in Italia, quando si è investito molto nella preparazione, anche in film non apparentemente difficili, o dal budget limitato, i risultati si sono visti e spesso, o si è riusciti a contenere intelligentemente i costi, oppure si sono consapevolmente spostate risorse sugli aspetti più importanti per la buona realizzazione del film.

È una mia profonda convinzione che l’innalzamento della qualità dei nostri film passi attraverso preparazioni serie e attente. Che i produttori dovrebbero essere i primi a richiederlo e i registi ad esigerlo. Ma anche noi possiamo essere dei motori di questa evoluzione e non solo per difendere la qualità del nostro lavoro ma anche per difendere e accrescere la qualità dei nostri film.

Per migliorare la condizione delle nostre preparazioni credo non ci si possa muovere da soli, si dovrebbe inizialmente aprire un dialogo tra noi, ma poi, subito dopo, dovremmo iniziare a parlarne con i nostri colleghi aiuto registi, organizzatori, scenografi, costumisti, e capire come coinvolgere operatori, assistenti, elettricisti e macchinisti.

Alla fine di questo processo sono convinto che ci troveremo tutti come Peter Jackson, con molte idee in più.

 

Paolo Carnera

 

PS: So bene che non è momento facile per molti di noi e per molti dei nostri collaboratori, ma ho follemente sempre pensato che nei momenti più difficili è importante andare oltre, alzare l’asticella, pensare al futuro, oppure, nella visione mistica di Franco Battiato, con parole bellissime, «trovare l’alba dentro l’imbrunire».

Ps 2 : L’immagine che fa da sfondo a questa lettera è un omaggio alla troupe, alle troupes dei film. Questa immagine straordinaria di Greta De Lazzaris racconta il coraggio e l’umanità di chi ci accompagna. Dei tanti professionisti che combattono con noi per realizzare i nostri film, un omaggio a quel coraggio e quella loro umanità.

 

 

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