Leggere le prime “lettere” di Paolo Carnera è stato per me un piacere immenso. Finalmente mi sono sentito parte di un gruppo che, con le proprie individualità, porta avanti un’idea comune di condivisione e amore del proprio lavoro.
Dopo il periodo dei direttori della fotografia italiani stellari (Delli Colli, Rotunno, Storaro…) che ha portato la nostra cinematografia alla ribalta internazionale, la gran parte delle generazioni che li ha succeduti ha progressivamente ridotto la narrazione del nostro lavoro ad una rappresentazione spesso autoriferita, che eleggeva il ruolo del direttore della fotografia a demiurgo assoluto del set cinematografico.
Prendo in prestito le parole scritte nel 2003 da Arnaldo Catinari che già aveva focalizzato il problema e ne avvertiva la deriva pericolosa che poteva scaturirne: «Capisco tutto quello che si può capire, […] quello che ci porta ad analizzarci e a mettere su carta quanto eroico sia il nostro lavoro e quanto eroici siano i nostri rapporti con i registi, i produttori ecc., e soprattutto quanto eroici fummo quella volta che dovemmo affrontare il giorno più difficile del set più difficile, dovendo dominare milioni di chilowatt, migliaia di comparse mentre allo stesso tempo il sole andava giù, il regista sbraitava e le nuvole coprivano il cielo! Capisco tutto, veramente, ma oggi tutto questo mi sembra troppo» (in: Alessandro Gatti, Luce e sceneggiatura, AIC, Roma 2003, pp. 38-39).
La condivisione del nostro lavoro, quando è sana, quando è frutto di passione non fa altro che arricchire sia chi la condivide, sia chi la riceve. A me ad esempio è piaciuto molto conoscere il lavoro di nuovi giovani talentuosi colleghi attraverso le parole di Paolo. E proprio ai miei giovani colleghi che vorrei rivolgermi anche io, con la speranza di arricchire anche io chi leggerà; nel mettere i miei pensieri per iscritto ho già guadagnato tantissimo.
Riprendo allora i miei scritti di quando avevo 32 anni, stavo per fare il mio terzo film da direttore della fotografia, e li condivido qui con tutta la nostra comunità.
Mi ha fatto piacere (ri)leggere all’età di 48 anni cosa pensavo allora, come mi sentivo: la frustrazione che vivevo, il sentirmi non totalmente apposto per via delle mie conoscenze fotografiche da autodidatta, la paura di non farcela… e anche la passione indefessa, la capacità di cogliere sfumature e l’attenzione ai dettagli che oggi non penso di avere come allora (forse la passione si!).
Infatti penso che tutti (o quasi) i mei giovani colleghi siano più bravi e preparati di me: avete più tempo, più “fame” di conoscenza, più voglia di emergere. Non dovete però mollare mai, dovete crederci e non scoraggiarvi.
E ora vi riporto indietro al….

«Roma, 27 agosto 2008
Oggi mi sono nuovamente visto con Claudio. Ognuno ha un suo film/regista di riferimento. Gus Van Sant è uno di questi per Claudio. Ho visto Paranoid Park. Alcune cose le ho capite, ma altre no. Portland ha un’atmosfera bellissima, la macchina è elegante, sembra che sia sempre lì un po’ per caso ma non è così. Anche la fotografia sembra un po’ a caso ma non riesco a spiegarmelo.
Ci sono età dove si cercano segni tangibili del proprio essere, del proprio apparire, e ci sono arti, mestieri dove l’età non è quella anagrafica. Io, nonostante i miei 32 anni, sono nell’adolescenza dei direttori della fotografia e ho quel sano fuoco sacro, quella voglia instancabile, e l’occhio critico, ipercritico verso gli “adulti” che proprio non capisco, o non capisco del tutto.
Sono ancora schiavo della tecnica, sono lì lì per abbandonarla ma la via della saggezza è ancora lunga.
Vedere le scelte di Doyle è per me come annotare taccuini pieni di errori assistendo ad un saggio di fine anno. Fra qualche tempo forse ti capirò Doyle, lo spero, ma non è dato sapere quando arriverà l’età adulta. E allora, forte della baldanza adolescenziale, urlo a Claudio che il re è nudo, che la fotografia di Paranoid Park non mi piace. Che poi, per come sono io, non è un urlare, è un sussurrare. La schiettezza nel nostro lavoro paga: anche a Claudio la fotografia non piace, o meglio non lo fa impazzire, la trova sciatta. Mentre noi vogliamo qualcosa di epico: parafrasando le età degli uomini noi siamo come i primitivi che si impressionavano del calore, dello scoppiettio e della luce del fuoco, del bagliore del sole, del chiarore della luna. Mi ritorna in mente un libro che lessi anni e anni fa, quando ero all’infanzia della fotografia: “Quanto più giovane è un popolo, una cultura, tanto più grande è il suo timore dinanzi al calor del sole”.

[…]
Il cielo oggi a Roma si è oscurato, il nero è più nero, e il cielo si vede meglio. Lo vedo sotto tono: la storia di Aman è sotto tono. Mastandrea che lo incontra di notte sul terrazzo è sotto tono. Valerio il nostro attore, che è un attore che tutti conoscono, non può essere riconosciuto. O per meglio dire: non può essere riconosciuto subito. È un pugile, anzi un ex pugile. Una vita dura, tosta, se si riconosce subito che è Valerio è finita, e allora il terrazzo di notte ci aiuta e la casa di Teddy, dove scenderanno dopo, ci aiuta. E se poi qualcuno si accorge che è Mastandrea dopo cinque, sei minuti che lo sta vedendo, che se lo trova davanti agli occhi, beh, allora sarà un punto in più per noi: questi adolescenti non se la cavano male!
Decromata e sotto tono la fotografia e poi Tedddy (che non è più Mastandrea ma solo Teddy) esce dopo anni da casa, e anche la luce esce, sborda dal fotogramma. E poi di nuovo notte, notte e follia, e un ospedale che torna ad essere sotto tono. E poi Aman, la fuga e la luce che si scalda, e c’è il tramonto, c’è l’Africa, c’è tutto quello che è sinonimo di fine, e la fine non può che essere epica. I duecentoundici secondi di provini che mi mancano li posso dedicare a fare queste prove di contrasti, a vedere quanto tiene il negativo, a rischiarmela. A rischiarmela perché di solito mi piace esporre bene il negativo, mi piace leggerci dentro. La difficoltà, il rischio, non sta nel sotto tono, ma nel realizzare un negativo sotto tono che sia comunque brillante, non dare un’immagine moscia e poco profonda.
Quando si è adolescenti è facile pensare di diventare famosi, di vincere almeno un’Olimpiade. Eravamo ad Abano Terme all’età di 12 anni, rientravamo dal campo dove avevo appena vinto il Campionato Italiano ICSAIN di Corsa Campestre. Il mio compagno di stanza Danilo mi disse: «Da grande voglio vincere il Giro d’Italia». Nel 2007 Danilo ha vinto il Giro. Chissà se non si avvereranno anche i nostri, i nostri sogni».

