Intervista a cura di Sebastian Bonolis CCS
“Mothers” vuole ascoltare.
Perché penso che ascoltare, oggi, sia un atto politico.
Ho ascoltato donne dall’altra parte del mondo costrette a tenere figli che non erano i loro,
e genitori che nel mio Paese vivono nell’ansia di perdere quelli che stanno crescendo.
Alice Tomassini
Vorrei partire dalla genesi del progetto. Come è nato Mothers di Alice Tomassini e in che modo siete entrati a farne parte? Mi piacerebbe ricostruirne l’origine.
Alberto Marchiori: Alice ha iniziato una prima fase del lavoro in Cambogia durante un viaggio, da sola, insieme al suo compagno. In quell’occasione aveva preso una serie di contatti e realizzato le prime riprese con un operatore locale. Una volta rientrata in Italia cercava un direttore della fotografia che la affiancasse nello sviluppo del progetto. Sono stato contattato tramite un nostro collega, Sandro Chessa, amico di Alice. Ci siamo incontrati e Alice mi ha raccontato il documentario, il tema che voleva affrontare. Credo che bisognerebbe essere davvero privi di sensibilità per rifiutare un progetto su un argomento così importante. Per me è stato fondamentale poter dare il mio contributo. Non ci conoscevamo, ma siamo entrati immediatamente in sintonia. È una persona piena di energia, molto determinata, Mi ha coinvolto fin dall’inizio. Da quel momento ho condiviso pienamente il progetto e le ragioni che lo animavano.
Francesca Zonars: Per me questo era il terzo film con Alice. Mi aveva parlato del progetto quando era ancora un’idea, ma sapevo che non avrei potuto seguirlo interamente perché le riprese non sarebbero state consecutive, come spessissimo accade nei documentari. Ricordo però il primo giorno di riprese: io e Alice siamo corse a documentare una manifestazione. Non so se fosse prima del suo viaggio in Cambogia o subito dopo il suo rientro, ma era una di quelle situazioni in cui bisogna decidere sul momento e passare all’azione. La manifestazione era stata organizzata subito dopo l’approvazione, in parlamento, della legge sul cosiddetto “reato universale”, che consente di perseguire la gestazione per altri (GPA) anche quando viene praticata all’estero, in Paesi dove è legale. Quello che colpisce è la straordinaria coincidenza tra l’approvazione di questa legge in Italia e ciò che stava accadendo, parallelamente, in Cambogia… In Cambogia era infatti passata una legge per la quale alcune donne cambogiane venivano condannate a scontare una pena in carcere e soprattutto a tenere con loro i bambini frutto di GPA. Un provvedimento tanto più paradossale se si pensa al fatto che le gestanti non hanno mai nessun tipo di legame biologico con il bambino che portano in grembo. Gli ovociti appartengono alla madre intenzionale o a una donatrice terza, così come il materiale biologico del padre. Le storie delle donne italiane e quelle delle gestanti cambogiane si sono così incrociate davanti agli occhi di Alice. Lei ha portato l’idea alla Palomar, con il materiale già girato, e poi si sono aggiunti due capitoli, che abbiamo girato uno io e uno Alberto. Io mi sono occupata della parte sulle madri intenzionali italiane, mentre Alberto si è occupato della meravigliosa storia della ragazza figlia della gestazione per altri diventata un’attivista, Lia Giartosio Goretti.
Soffermiamoci sulla presenza, nel documentario, di questi diversi blocchi e suoi vostri diversi sguardi, tra l’altro uno femminile e uno maschile. Ho avuto l’impressione che il film adotti registri differenti, ma sempre guidati da intenzioni estremamente precise.
Francesca Zonars: È uno degli aspetti più interessanti di questo film secondo me. La differenza tra i diversi registri era naturale e voluta e Alice ha scelto di valorizzare questa diversità anche in fase di montaggio, organizzando il racconto in tre capitoli distinti: 1.Cambogia e il punto di vista delle gestanti 2. Italia e storia delle madri intenzionali e dei loro percorsi 3. Storia di Lia, ragazza nata tramite GPA. Durante la color-correction abbiamo inoltre deciso di accentuare le caratteristiche di ciascun capitolo, perché il film sembrava andare naturalmente in quella direzione. Nel capitolo girato in Cambogia le donne che erano state arrestate si mostravano liberamente davanti alla macchina da presa, insieme ai loro figli, e quindi abbiamo giocato con la luminosità e la saturazione di quelle immagini. In Italia, invece, le madri intenzionali avevano paura di essere riconosciute e incriminate. In questo caso la prima indicazione che ho ricevuto da Alice e dai produttori è stata: «Queste persone non devono essere identificabili, vanno protette». All’inizio si era pensato di oscurarne i volti in post-produzione, ma ci sembrava una soluzione poco convincente e dal sapore puramente giornalistico. Così abbiamo cercato un linguaggio visivo cinematografico che le rendesse poco riconoscibili: ho giocato molto con silhouette, controluce molto marcati e inquadrature che evitassero sistematicamente di mostrarne il volto: gesti, riflessi, campi larghi, parti del corpo. Questa è stata, per me, la vera sfida fotografica.


Alberto Marchiori: Per la parte di Lia, una ragazza italiana nata dalla gestazione per altri, cresciuta da due padri, ora molto impegnata come attivista su questo tema, Alice mi ha chiarito che bisognava lasciarla molto libera di esprimersi, bisognava seguirla, perché è vulcanica, ha una grande energia. Era importante non appesantire la “macchina cinema”. Abbiamo optato per un setup molto leggero: una Sony FX6 con degli zoom mini, e appena due luci. Abbiamo girato tantissimo, anche se in soli 4-5 giorni di riprese, 6 al massimo, io e un altro operatore, Michelangelo Maraviglia. Si trattava di catturare il rapporto di Lia con la famiglia, con gli amici, la sua vita di attivista. Abbiamo girato in casa, in terrazzo, all’aperto, abbiamo fatto delle micro interviste con lei, riservandoci il lusso di scegliere il momento della giornata per avere la luce naturale ideale per raccontare Lia e rendere omogenea questa parte del film.

Francesca Zonars:
Questo tipo di approccio è quello che si usa di solito per i documentari di osservazione o biografici, dove c’è un personaggio. Lo si lascia libero di muoversi, senza incastrarlo tra gli stativi , anche perché l’apparato cinematografico intimorisce le persone che non sono abituate. Raccontare il reale diventa molto complicato per i non attori. Paradossalmente invece nel capitolo sulle madri intenzionali, avendo come obiettivo principale mantenere l’anonimato delle tre donne, abbiamo fatto un lavoro molto più simile alla fiction. C’è stata una preparazione, abbiamo fatto dei sopralluoghi – cosa rara nei documentari – e avevamo delle references visive estremamente chiare. Allo stesso tempo abbiamo cercato però di non invadere troppo i loro spazi con luci e materiale tecnico. Nella preparazione ci ha aiutato moltissimo lo splendido lavoro della nostra bravissima organizzatrice Alessia Santucci. Abbiamo girato con una ALEXA Mini, con ottiche Zeiss standard speed T 2.1. Per quanto riguarda le interviste, al di là del controluce, utilizzavo sempre un telo nero 4×4 con una doppia funzione. Da un lato mi serviva come negativo, per esasperare il contrasto sul volto; dall’altro costruiva una sorta di spazio nero attorno ad Alice e all’intervistata, isolandole dal resto della troupe. Era un modo per creare un ambiente più raccolto, quasi intimo, in cui la presenza del set si facesse sentire il meno possibile. Credo che abbia funzionato.


Avevo capito che la scelta della silhouette fosse nata per una questione di anonimato, ma mi ha trasmesso anche qualcos’altro, e immagino fosse voluto. Invece di limitare l’identità delle persone, ha reso le loro storie universali. Sono entrato moltissimo nel racconto, ho empatizzato con loro. Era un racconto estremamente intimo, ma ho avuto la sensazione che si sentissero completamente libere di mettersi a nudo. Il fatto di rendere i volti non riconoscibili secondo me ha allargato il discorso. L’ho apprezzato molto.
Francesca Zonars: Ci hanno detto di essersi sentite a loro agio: non hanno mai avuto la sensazione che fossimo invadenti, nonostante stessimo entrando nelle loro case. E, paradossalmente, si sono anche divertite, pur parlando di vicende pesantissime che hanno segnato profondamente le loro vite. Penso soprattutto a Chiara, la più giovane: quando abbiamo girato la sua intervista lei stava per partire per andare a prendere sua figlia e in quel momento non sapeva ancora se sarebbero riusciti a portarla in Italia senza essere fermati. Una riflessione che è emersa durante il montaggio è che il film restituisce una certa cupezza, la cupezza con cui in Italia si affronta questo tema. È come se tutto fosse inevitabilmente appesantito: non possiamo mostrare i volti, non possiamo concederci leggerezza, perché incombe sempre il giudizio dello Stato, indipendentemente da ciò che ciascuno pensa della gestazione per altri. È un argomento estremamente complesso e un film, da solo, non può certo esaurirlo. Però quella cupezza, secondo me, era giusto che ci fosse.
Quanti giorni avete girato?
Francesca Zonars: Il capitolo dedicato alle madri intenzionali è stato girato in una decina di giorni, a cui si sono aggiunte le riprese delle manifestazioni, realizzate in giornate sparse e anche piuttosto distanti tra loro. La parte principale è stata girata tra Nettuno e Trigoria. Le protagoniste vivevano quasi tutte nella stessa zona. Volevamo però uscire, ogni tanto, dall’atmosfera chiusa delle interviste. Come ho detto avevo costruito un impianto visivo fatto di controluce e silhouette, ma sentivamo anche il bisogno di mostrare i luoghi in cui queste persone vivevano, gli spazi della loro quotidianità. Per questo ci sono immagini del mare, dei campi, momenti che raccontano il senso della famiglia oppure, nel caso della più giovane delle protagoniste, la sua solitudine nell’attesa della bambina.


Quando vi trovate ad affrontare progetti con un forte valore politico e sociale, lasciate che sia la tematica a orientare le vostre scelte fotografiche? Nel dialogo con la regista o il regista, il contenuto del film influenza il modo in cui decidete di affrontarlo? In questo caso, ad esempio, ci sono state altre suggestioni particolari che hanno guidato il lavoro nei vostri rispettivi capitoli?
Francesca Zonars: Lavoro molto col cinema del reale, è una forma che mi appassiona profondamente, la trovo meravigliosa. Vivo e lavoro tra l’Italia e la Grecia e lì la distinzione netta tra documentario e fiction non esiste: un film è un film. Questa separazione secondo me è molto italiana. E nel caso del documentario creativo faccio fatica a comprenderla… Ci sono piccoli film di fiction che vengono realizzati con lo stesso approccio di un documentario e dove recitano non attori, e film documentari dove le scene sono ricostruite a partire dalla realtà osservata… Quello che amo del documentario è che spesso si crea una piccola famiglia. Si lavora a stretto contatto con persone che il cinema non lo fanno di mestiere e si entra in relazione profonda con quello che raccontano. Quando poi affronti temi come la genitorialità o la maternità, è impossibile non sentirsi coinvolti, anche per una questione generazionale e anagrafica. Al di là di quello che ciascuno può pensare della gestazione per altri o dei suoi singoli aspetti giuridici, che non erano al centro del nostro lavoro, temi come questi ti toccano profondamente. Con Alice ne abbiamo parlato tantissimo. In generale ci confrontiamo spesso, anche sul fatto di essere una regista e una direttrice della fotografia che lavorano in un ambiente ancora prevalentemente maschile. Sono riflessioni che inevitabilmente si intrecciano con il modo in cui affrontiamo un film. Del resto, il direttore della fotografia non è mai soltanto un tecnico. In ogni progetto metti qualcosa di te, ti appassioni, ti coinvolgi. Quando ascolti una donna della tua età raccontare che desiderava un figlio e che, per questo, ha dovuto attraversare un percorso così difficile, non puoi restare indifferente. Durante alcune interviste avevo letteralmente lo stomaco chiuso.
Alberto Marchiori: Concordo su tutto. Ovviamente, essendo un uomo, mi sono buttato nel progetto e ne ho parlato tanto con Alice, ma allo stesso tempo ho cercato di rimanere anche uno spettatore, perché volevo capire. Credo che, su un tema del genere, la sensibilità di una donna e quella di un uomo siano inevitabilmente diverse. Poi, forse anche per questo, è successo quasi naturalmente che Francesca seguisse la parte più corposa e, se vogliamo, anche più complessa del film: gli incontri e le riprese con le donne italiane. Non che la mia parte fosse meno di impatto: il tema era presente anche lì. Non so se parlerei di un approccio più politico per la mia parte. Per me è stato soprattutto un percorso di scoperta. Quando Alice mi ha raccontato il progetto e mi ha spiegato di cosa voleva parlare, come ho detto ho letteralmente pensato che fosse impossibile dire di no. A prescindere da quello che ciascuno può pensare della gestazione per altri, è un argomento che vale la pena affrontare, se non altro per crescere come persone. Ho vissuto questo progetto in questo modo. Ogni volta che affronti un progetto del genere ti rendi conto di quante cose non conosci. Anche per questo penso che il cinema sia il mestiere più bello del mondo: ogni film ti porta a imparare qualcosa, sia che tu stia leggendo una sceneggiatura di finzione, sia che ti confronti con storie reali. Con Mothers ho scoperto tantissime cose che ignoravo completamente.

Francesca Zonars: Si è vero si impara tantissimo. Io ho imparato questo: Nella maggior parte dei casi la gestazione per altri arriva come ultima possibilità. E di solito dopo tentativi di adozione, che sono percorsi molto complessi che spesso non vanno a buon fine. Durante la ricerca delle “protagoniste”, quello che emergeva continuamente era che quasi tutte avevano tentato prima la strada dell’adozione, senza successo, affrontando procedure lunghissime. Il film racconta con quali situazioni si erano scontrate: chi era stata giudicata non idonea perché aveva attraversato un periodo di sofferenza psicologica, chi aveva vissuto percorsi di procreazione medicalmente assistita estremamente pesanti per il proprio corpo. Intorno a questi temi — la maternità, i diversi modelli di famiglia, i percorsi per diventare genitori — in Italia c’è ancora un enorme silenzio. A volte mi sembra proprio una forma di censura. Lavorando al film mi sono resa conto, prima di tutto, di quanto silenzio ci sia.
Le scene più costruite, come quelle delle ombre cinesi o dei momenti di famiglia, sono nate insieme ai protagonisti durante quei giorni di riprese?
Francesca Zonars: Sì. Di solito trascorrevamo con ciascuna famiglia dai tre ai quattro giorni. Cominciavamo sempre dall’intervista, perché era importante far emergere prima i contenuti. Poi costruivamo insieme tutto il resto. Alice arrivava con alcune idee, ma lasciava anche molto spazio a ciò che nasceva dall’incontro con le persone. Le ombre cinesi sono state un’idea nostra, ma assolutamente assecondata dai nostri protagonisti. Il bambino più piccolo era vivacissimo; durante l’intervista alla mamma il padre era stato costretto a portarlo fuori perché non riusciva a farlo stare fermo. L’espediente delle ombre cinesi ci ha permesso di lasciarlo completamente libero di giocare e di girare senza renderlo riconoscibile. Stessa cosa è avvenuta per la scena in cui i bambini giocano con la luce UV e i trucchi luminosi: abbiamo utilizzato un trucco fluorescente, invisibile alla luce normale e visibile solo sotto lampade UV. In questo modo i bambini si sono divertiti tantissimo e noi abbiamo potuto riprenderne i volti preservandone comunque l’anonimato. Nel documentario c’è sempre una componente di osservazione ma anche una parte di costruzione. Bisogna accompagnare la realtà senza tradirla.


E la post-produzione? Come l’avete gestita?
Alberto Marchiori: La post-produzione l’ha seguita soprattutto Francesca. È stata una scelta naturale, anche perché il blocco più corposo del documentario, sia per importanza sia per minutaggio, era quello che aveva curato lei. Io mi sono confrontato con Alice, che mi ha sempre tenuto aggiornato, ma mi sembrava giusto lasciare che fosse soprattutto Francesca a seguire quella fase.
Francesca Zonars: Per quanto riguarda la color correction e la post audio Palomar si è rivolta a Light Cut, laboratorio cui si affida abitualmente. Ho fatto quanttro giorni di color con Ercole Cosmi, che non conoscevo e col quale mi sono trovata molto bene.
Che percorso sta facendo il documentario? Dove è stato presentato? Quali saranno le prossime tappe, come state portando in giro questo lavoro?
Il film era in concorso a Torino, è stato in selezione per i Nastri d’Argento, e adesso è uscito al cinema. La prima romana è stata introdotta da Nanni Moretti al Nuovo Sacher. Nel corso della serata c’è stato un lungo Q&A al quale insieme alla regista ha partecipato la scrittrice Chiara Tagliaferri che ha parlato della sua personale esperienza di GPA, già raccontata nel suo romanzo Arkansas. Il nostro auspicio è che il film possa circolare ancora molto. Tante posizioni contrarie o favorevoli alla gestazione per altri nascono da una conoscenza parziale del fenomeno e da un’immagine distorta della realtà. Il film prova innanzitutto a offrire strumenti per comprenderla meglio.
Grazie per i vostri racconti, e soprattutto grazie per il vostro contributo al film.

SCHEDA TECNICA
rental: d-vision
Assistente operatore: Niccolò’ Vitagliano
Data manager: Vito Margiotta
Capo elettricista: Michele Scotto D’Abbusco
Camere: ARRI Alexa Mini e Sony FX6
Formato : 1.85
Lenti: zeiss 2.1 standard speed
colorist: Ercole Cosmi
Laboratorio: Light Cut
