Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma, va in onda oggi su Rai 1 la prima puntata di Mike, miniserie TV Rai diretta da Giuseppe Bonito, scritta da Salvatore De Mola, dal libro autobiografico di Mike Bongiorno La versione di Mike. Alla fotografia Alfredo Betrò CCS. Silvia Tarquini lo ha intervistato.
Come è strutturata la serie? Come viene raccontata la vita di Mike Bongiorno?
L’ambientazione del racconto parte all’inizio degli anni ’40 in Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale, e arriva ai grandi successi televisivi Rai degli anni ’70; con uno sguardo attento agli avvenimenti del protagonista negli aspetti pubblici e privati. Io stesso, nonostante la grande fama del presentatore, non sapevo molto della sua storia personale, e mi sono appassionato al racconto degli aspetti più significativi della sua vita: dagli anni di gavetta come giornalista in Italia, ai pericoli della sua esperienza come staffetta partigiana scampata più volte al plotone di esecuzione, fino al ritorno al paese d’origine, New York, dove comincia la sua carriera alla radio e assiste allo sviluppo della televisione.


Hai dovuto ricostruire le origini della televisione…
Mi sono documentato il più possibile sulle trasmissioni televisive presentate da Mike, raccogliendo immagini dagli archivi Rai e dalla Fondazione Bongiorno. Le trasmissioni televisive, ovviamente, all’epoca erano in bianco e nero. Del primo programma Rai presentato da Bongiorno nel 1953, dal titolo Arrivi e partenze, abbiamo trovato solo poche fotografie; per Lascia o raddoppia abbiamo fatto riferimento ad alcune immagini dell’Archivio Luce, e a un film del 1956 con Totò, di Camillo Mastrocinque. Per Rischiatutto abbiamo avuto a disposizione le molte puntate presenti su RaiPlay.

Come hai lavorato, quindi, per le scene degli studi televisivi?
Per realizzare la parte ambientata negli studi televisivi ho studiato attentamente gli schemi di illuminazione dell’epoca, prevalentemente luce puntiforme a struttura classica: taglio-diffusa-controluce. All’epoca la luce di riempimento era fatta con proiettori prevalentemente posizionati in asse con la macchina da presa. Uno studio televisivo aveva moltissimi punti luce e quindi era difficile controllare le ombre multiple, cosa per la quale in cinematografia si sta sempre molto attenti. Ho quindi usato proiettori al tungsteno con lente di Fresnel diretti, con una leggerissima diffusione, per luci di taglio e controluce. Per la luce di riempimento, proprio per evitare le ombre multiple, ho adoperato delle fonti più moderne ma sempre con lampade al tungsteno, come le Chimera Pancake. Sulle fonti c’è stato un lungo dialogo preparatorio con il capo elettricista Paolo Bolognini, partendo sempre dal concetto di verosimiglianza storica, e tenendo naturalmente conto dei tempi di preparazione a nostra disposizione. La televisione in bianco e nero era molte volte illuminata da artisti della luce di provenienza cinematografica. Ricordo trasmissioni tipo Studio Uno o Milleluci, dove non mancavano illuminazioni d’effetto con grande uso del chiaroscuro, specie durante l’esecuzione delle canzoni, mentre il pubblico molte volte era in sottotono, non essendo ancora un co-protagonista delle trasmissioni.

La serie è molto complessa, visto che spazia nel tempo, dagli anni ’40 ai ’70, e geograficamente, dall’Italia a News York…
Sì, c’erano varie altre esigenze fotografiche per il racconto degli episodi della vita di Mike, pubblici e privati, nell’arco della narrazione di circa 30 anni. Io e il regista Giuseppe Bonito abbiamo parlato a lungo per tutte le fasi; per la parte ambientata a New York, abbiamo analizzato con attenzione le bellissime fotografie di Saul Leiter, dalle quali abbiamo tratto ispirazione, studiando le tante immagini scattate in Kodachrome. Un grande plauso va dato ai nostri scenografi Maurizio Zecchin e Angela Bellora, e la nostra costumista, Fiorenza Cipollone, che hanno dovuto rappresentare epoche molto diverse; il loro lavoro è stato prezioso per le atmosfere di luce da me ricreate.


Il risultato fotografico sembra straordinario, compreso il lavoro di post-produzione…
Con il senior colorist del laboratorio Flat Parioli che mi ha seguito, Giovanni Bivi, abbiamo provato a togliere il colore, e la verosimiglianza rispetto alle trasmissioni originali in bianco e nero era altissima. Con il regista Bonito, grande appassionato di fotografia, il dialogo sulle metafore visive attraverso le quali si racconta una storia è continuo, e segue tutta la lavorazione. Inizialmente, nella scelta delle ottiche, l’intenzione era andare verso i Technovision-Cooke anamorfici, ma fatti vari test è stata preferita una immagine con meno distorsioni, per cui la scelta finale si è indirizzata verso le lenti Proteus della Laowa, casa produttrice che sta acquistando una buona reputazione internazionale. Come macchina da presa ho preferito la Sony Venice 2. Avevo già usato la Venice 1 in Boris4 e Idoli delle donne; la Venice 2 si comporta molto meglio della precedente sulle alte luci. Massimo Proietti di D-Vision ci ha seguiti costantemente nella parte dei test e della preparazione. Ci tengo a citare anche Michele Misiti e Pierpaolo Gualà per la gentilezza e per l’attenzione alle necessità del progetto.


Grazie Alfredo.
Le immagini qui pubblicate sono state scattate dal fotografo di scena Fabrizio De Blasio; non si possono per ora pubblicare fotogrammi del film, ma la post-produzione delle foto è stata seguita da Giovanni Bivi, il senior colorist di Flat Parioli che ha seguito tutto il progetto.

