The Art of Italian Cinematography and Beyond

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Lettera del presidente

Foto: 2021 Casablanca – reference luce/colore “Io Capitano”

Penso sempre che il momento più complesso prima di iniziare un film sia quello dell’elaborazione visiva del progetto. Mi spiego meglio: leggo una sceneggiatura e comincio a pensare a quelle che potrebbero essere le immagini che vorrei realizzare per rendere il film forte ed emozionante.

Il confronto con il regista a volte è chiarificatore, a volte inizialmente confonde per poi provocare improvvise e inaspettate prospettive. Allora inizio a cercare riferimenti visivi: film, immagini di grandi fotografi, o semplici immagini di attualità. Cerco riferimenti pittorici tratti dalla storia dell’arte sia se il film è d’epoca sia se è contemporaneo, alla ricerca di una tavolozza cromatica da condividere con i collaboratori artistici. Accumulo materiale e poi comincio a scartare le immagini che non ritengo coerenti con il progetto.

Iniziano i sopralluoghi o ancora prima, gli scouting. Questo è il mio momento preferito: la prima ricerca del “mondo”. È qui che si comincia a delineare il terreno concreto e condiviso del film: case, quartieri, paesaggi naturali, vasti orizzonti o piccole camere, a volte piccolissime. La cosa migliore è lasciarsi trasportare dal piacere di scoprire luoghi mai visti, o già visti tante volte e oggi scoperti con un nuovo inaspettato sguardo. Sorprendenti, se in città o Paesi lontani, o inaspettati se sono nella città in cui viviamo o nel quartiere in cui abitiamo. Mi ripeto sempre di lasciarmi trasportare dal piacere piuttosto che dalla paura, spesso giustificatissima, della complessità, della difficoltà. C’è il tempo del sogno e il tempo della realtà. Nell’affrontare i problemi, senza il sogno non trovo la spinta necessaria ad affrontare le difficoltà.

Negli scouting io fotografo molto. Quelle fotografie, spesso rubate al caos della troupe che si muove attorno a me, rimangono a lungo e mi fanno pensare. E poi si mescolano alle reference di film, fotografi, pittori e diventano il libro dei desideri che si prova disperatamente a trasformare in realtà, in immagini e movimenti.

Mentre avanza la preparazione si delinea, o si conferma, il cast del film e le facce delle attrici e degli attori diventano l’altro, meraviglioso, emozionante paesaggio del nostro nuovo racconto visivo.

Devo trovare gli strumenti per realizzarlo: il sensore o la pellicola, le lenti, le luci, le soluzioni tecniche. Non devo farmi spaventare dall’estrema piccolezza degli spazi o dalla enormità degli esterni notte se questi sono assolutamente giusti per il film (le scommesse difficili sono le più stimolanti e spesso quelle che danno i risultati migliori). Devo essere in grado, con calma e autorevolezza, di correggere le direzioni sbagliate: ambienti inutilmente difficili, che comportano tempo e spese senza portare ad un risultato utile al film, sguardi sugli esterni che non corrispondono alla forza del racconto, oppure luoghi da interpretare solo in alcuni determinati momenti del giorno.

E poi i test fotografici, che sono sempre un modo per ripartire da zero, alla ricerca della perfezione della lente o della sua meravigliosa imperfezione. Alla ricerca della latitudine di posa del sensore, e della sua resa cromatica. Alla ricerca di una strada nuova mai percorsa prima e per questo emozionante.

Nella mia testa si apre il panorama del movimento della macchina da presa, e dello sguardo, del modo di inquadrare, dei dettagli necessari. Immagino un di film di lunghi e fluidi piani sequenza o di nervose sequenze a macchina a mano, o di splendide inquadrature immobili, o di casualità volute, come quando la macchina da presa viene appoggiata a terra e improvvisamente compone da sola immagini stupefacenti e casuali. Un film di grandangoli estremi o di teleobiettivi che rubano. Un film di primi piani ravvicinati quasi a toccare l’attrice o l’attore o di orizzonti immensi. O di entrambi.

E poi, quando si inizia, tutto questo sparisce e insieme rimane. Sparisce nell’esigenza quotidiana del problema da risolvere o del tempo che non abbiamo che ci ruba il respiro, la riflessione. Ma rimane, nella memoria visiva delle nostre reference, rimane nella continua ricerca dell’emozione. Rimane nel tentativo di essere i primi a essere stupiti e a tratti emozionati dalle immagini che riusciamo realizzare.

Io mi chiedo, mi sono sempre chiesto, qual’è il percorso che fanno le mie colleghe e i miei colleghi quando affrontano un nuovo film, una nuova serie. A cosa pensano, cosa cercano, dove cercano, cosa hanno trovato in un film di cui sono orgogliosi, dove sono arrivati quando hanno deciso di Continuare senza più cambiare, oppure se sentono disperatamente l’esigenza di cambiare sempre, di essere ogni volta diversi da se stessi, di provare a camminare in un territorio sconosciuto e ricominciare da capo.

Riusciremo a fare da oggi in poi un breve diario dei nostri film? O a condividere i diari dei nostri film fatti? Riusciremo a creare un archivio dei nostri progetti? Un data base delle scommesse riuscite, dei risultati raggiunti, degli errori diventati immagini casuali ma meravigliose che ci hanno reso felici? Dei movimenti di macchina che non pensavamo di riuscire a realizzare e che siamo riusciti a realizzare? Riusciremo rendere partecipi tutte le nostre colleghe e i nostri colleghi, ma soprattutto i più giovani, dei nostri progetti e dei nostri risultati?

Credo che Collettivo Chiaroscuro potrebbe essere il luogo giusto per farlo e sarebbe una sorpresa emozionante per tutti scorrere l’archivio dei nostri sogni realizzati e delle scommesse vinte.

 

Paolo Carnera

 

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