L’11 luglio 2025, in occasione della cerimonia dei diplomi del triennio 2021-2024 del Centro Sperimentale di Cinematografia, i neodiplomati si sono rivolti al ministro Giuli leggendo una lettera che riportiamo (Da Youtube). A leggere la lettera, Enrico Licandro, neodiplomato in direzione della fotografia.
Buonasera,
Siamo felici di essere qui a celebrare con le nostre famiglie, gli insegnati, ma soprattutto i nostri colleghi, la fine di un percorso così unico e impegnativo.
Tuttavia, vorremmo usare questo spazio non solo per i ringraziamenti.
Ma come un’occasione, rara e necessaria, per uno scambio di riflessioni su ciò che è stato, preoccupazioni per il presente e, se possibile, visioni per il futuro.
Due anni fa c’è stato un presidio in cui, per la prima volta dopo tanto tempo, abbiamo provato ad essere noi i protagonisti della nostra scuola.
Non più fruitori di un servizio, ma componenti di una istituzione a cui guardiamo con orgoglio e ammirazione: un riferimento per il cinema italiano e non solo.
Dopo quasi un anno dalla fine del nostro percorso accademico, torniamo qui per ritirare i nostri diplomi e ci chiediamo se ritroviamo un centro sperimentale migliore di come l’abbiamo lasciato, e purtroppo la risposta è no.
Abbiamo consegnato una scuola in crisi e ritroviamo ora una scuola ancora più fragile.
Le rette sono sempre più alte, le borse di studio inferiori e mai garantite, e di conseguenza l’accessibilità sempre più appannaggio di pochi.
Ecco perché oggi, da diplomati, non possiamo fare finta di nulla.
Entrando nel mondo del lavoro, ci siamo accorti che quello che è accaduto dentro questa scuola somiglia pericolosamente a quello che accade fuori.
Fuori, come qui dentro, la cultura è sempre più subordinata al profitto.
E negli ultimi anni le piccole produzioni sono state sacrificate e le sperimentazioni escluse, sfavorendo così il fiorire di nuovi sguardi.
E questa crisi non riguarda solo il cinema.
I teatri, le residenze artistiche, le compagnie locali sono tra i primi a pagare il prezzo di una politica che valuta tutto in base al rendimento.
Viviamo nel paradosso di un Paese che ama celebrare la cultura, ma che sistematicamente umilia, taglia, precarizza chi quella cultura la costruisce ogni giorno.
Diciamolo con chiarezza: questa politica culturale non ha una visione. Ha solo un bilancio.
E un bilancio non è un’idea.
A chi ci guarda da fuori con sospetto – pensando che i fondi destinati alla cultura siano appannaggio di una élite – diciamo che non è vero. Esiste, sì, un’élite da smantellare all’interno di questa industria ma ci sono anche tanti lavoratori.
Siamo lavoratori. Anche quando veniamo pagati solo in visibilità. Anche quando veniamo celebrati come “giovani promesse”, pur avendo già trent’anni e un curriculum pieno di micro-lavori, di collaborazioni sottopagate, di ruoli che non esistono nei contratti ma che riempiono le giornate e spesso la notte.
Siamo parte della forza lavoro invisibile che tiene in piedi il sistema.
Il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di premiare chi ha già, ma piuttosto che promuovere chi sta iniziando. Che garantire spazi, errori, possibilità.
Perché la cultura non è un mercato. È un bene immateriale.
Il valore dell’arte sta nella sua capacità di trasformarci, di farci pensare insieme, di abitare il mondo in modo diverso. Per questo crediamo che non si debba favorire un profitto momentaneo a un’opera che rimanga nel tempo.
“Giudicare un film dal box office è come giudicare una chiesa dal numero di candele vendute”.
E se oggi, in questo discorso, ci tocca il ruolo degli idealisti, lo accettiamo. Ma non siamo ingenui.
Vogliamo costruire un’industria diversa, che includa invece di selezionare, che favorisca la pluralità, invece di premiare sempre gli stessi.
E ci rivolgiamo direttamente a lei, Ministro Giuli, con rispetto e con franchezza: la sua presenza oggi ha senso solo se saprà davvero ascoltarci.
Non cerchiamo una passerella, né un riconoscimento simbolico.
Cerchiamo una discussione reale, che non sia giocata sulla pelle di chi è più fragile nel
sistema.
Non chiediamo protezione. Chiediamo ascolto, spazi, regole chiare, possibilità. Chiediamo che la cultura non sia solo memoria, ma anche futuro.
Siamo artisti. Ma anche artigiani.
Siamo sognatori. Ma anche lavoratori.
E crediamo ancora, ostinatamente, che la cultura sia un bene comune.
Grazie.
