La 54° edizione del Giffoni Film Festival, rassegna di cinema per ragazzi, ospiterà sabato 20 luglio un evento speciale dedicato agli appassionati di animazione e di cinema.
La giornata vedrà protagonista Iginio Straffi, fondatore e presidente di Rainbow, che terrà una masterclass dedicata alle produzioni più recenti e alle novità in arrivo, e proseguirà con l’anteprima mondiale della nuova serie live action Gormiti – The New Era, prodotta da Rainbow in collaborazione con Giochi Preziosi, che verrà trasmessa in autunno in prima visione assoluta su Rai2, Rai Gulp e Rai Play, e già venduta in molti paesi.
Alle 19.30 presentazione del primo episodio e a seguire talk con il regista Mario Parruccini CCS e con il cast, formato dai giovani attori Millie Fortunato Asquini (Skye – Scion), Federico Cempella (Zane – Scion), Robel Tesfamichael (Glen – Scion), Francesco Petit (Carter – Scion), Claire Palazzo (Myridell).
Mario Parruccini CCS ci racconta qualcosa del suo doppio impegno di regista e direttore della fotografia e le caratteristiche del lavoro, ricco di CGI – Computer-Generated Imagery e di effetti speciali.
Intervista a cura di Silvia Tarquini
Per Gormiti – The New Era hai rivestito sia il ruolo di regista che quello di direttore della fotografia. Due ruoli molto diversi. Puoi raccontarci qualcosa su questo aspetto?
L’esperienza di fare regia e fotografia insieme non è nuova per me perché vengo da una formazione da filmmaker. Nasco come regista e ho studiato anche fotografia. Essendo un po’ più facile lavorare come direttore della fotografia, in quanto lavoro un po’ più tecnico, ho coltivato questa strada e ho lavorato in vari lungometraggi, cortometraggi e videoclip. Poi, nelle mie prime produzioni da regista, mi sono trovato a ricoprire anche il ruolo di direttore della fotografia, per contingenze produttive. Quella di abbinare due ruoli già di per sé così impegnativi è una scelta che faccio sempre in maniera molto ponderata e certamente preferirei avere il supporto di un collega alla fotografia. Per Gormiti – The New Era sono stato chiamato a fare la regia e nonostante abbia cercato di contattare dei colleghi per la fotografia non siamo riusciti a ottenere gli incastri giusti e alla fine il produttore mi ha chiesto di occuparmi anche della fotografia. Aveva visto alcuni miei lavori da dop, come il lungometraggio Arbëria, il mio Magari resto e l’ultimo cortometraggio del premio Oscar Paul Haggis The Heart of Mesagne e si è sentito tranquillo nel propormi anche questo incarico.

Gli svantaggi sono facili da immaginare, ma penso che ci siano stati anche dei vantaggi. È così?
Sì, da un punto di vista produttivo, riguardo quindi alla velocità di realizzazione, gestire insieme i ruoli di regia e fotografia rappresenta un vantaggio. In alcuni casi ho potuto prendere decisioni a cuor leggero sulla fotografia, magari sacrificando qualcosa, in altri casi, invece, ho potuto sacrificare la regia dando più spazio alla fotografia. Si potrebbe essere un po’ penalizzati dal punto di vista artistico, perché ovviamente l’apporto di un’altra persona alla fotografia sarebbe ottimale. Ma devo dire che gestire insieme fotografia e regia, per una serie di questo tipo, un prodotto pieno di CGI – Computer-Generated Imagery e di effetti speciali, con dei tempi serrati, parliamo anche nove pagine al giorno, con minori protagonisti, in costume, insomma molto impegnativa, mi ha dato la possibilità di portare a casa nei tempi il risultato sperato.

Puoi dirci qualcosa in particolare riguardo al lavoro fotografico?
Le caratteristiche fotografiche sono varie e interessanti. Ho dovuto sfruttare quasi tutte le tecniche fotografiche in mia conoscenza e mettere in atto una potenza di fuoco non indifferente perché mi sono trovato a dover illuminare spazi molto ampi, come fabbriche abbandonate, grandi palestre, piazzali, centrali elettriche e ho avuto bisogno di un impianto tecnico importante. Ho usato fonti luminose di vari tipi: dagli ARRI 12.000, 18.000 ai più maneggevoli Astera (fondamentali). D’altra parte avevo anche la necessità di illuminare spazi molto piccoli e spazi particolari e difficilmente accessibili, come le Grotte di Frasassi. Ho deciso di illuminare l’interno delle grotte utilizzando dei proiettori ideati da Vittorio Storaro e prodotti da De Sisti, le “Muse della luce” per poter poi dare vita a un’illuminazione funzionale e, secondo me interessante, all’interno di una delle meraviglie d’Italia. Per le grotte ovviamente ho dovuto avere una grande cura e attenzione per non rovinare le stalattiti e le stalagmiti. Ho usato due Aurea e tutto il set di Muse con forme, caratteristiche e dimensioni diverse. Le Muse sono costituite da gruppi di luci a led e quindi restituiscono un riscaldamento minimo e un assorbimento decisamente più basso dei classici proiettori, tanto da poter evitare l’uso dei gruppi elettrogeni da 100kw che avevo a disposizione, risparmiando così energia pensando anche all’ambiente. Siamo riusciti a portare le Muse anche in cima al Tempio di Valadier, sempre nelle Marche, un altro luogo meraviglioso. Se qualcuno riuscirà a vedere la serie si renderà conto della difficoltà tecnica. Come macchine da presa abbiamo usato due RED GEMINI con una compressione medio-bassa per un workflow a 5k molto complesso per poter integrare VFX e CGI in modo adeguato, due set di lenti Sigma High Speed Prime Line, uno zoom 25-300 +1 macro 60 mm. Fondamentale l’utilizzo di Steadycam, gimbals e crane con testa remotata e molto altro.

