The Art of Italian Cinematography and Beyond

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SHE, documentario di Parsifal Reparato, in prima mondiale alla 78ª edizione del Locarno Film Festival. Cinematographer Lorenzo Casadio CCS

Il documentario SHE, diretto da Parsifal Reparato, sarà presentato in prima mondiale alla 78ª edizione del Locarno Film Festival, nella prestigiosa sezione Semaine de la Critique. La proiezione è in programma il 9 agosto presso “La Sala”, con replica il 10 al PalaCinema. Alla fotografia Lorenzo Casadio CCS, con il quale ci complimentiamo!

Prodotto tra Italia e Francia, SHE nasce da un lungo lavoro sul campo durato quattro anni, ed è frutto di una collaborazione tra le società AntropicA, PFA Films, Les Films de l’Oeil Sauvage e Luce Cinecittà. Le vendite internazionali sono affidate a CAT&Docs, che ha definito il film “un’opera artistica che affronta un tema sociale cruciale, capace di risuonare a livello globale e mettere in discussione le fondamenta stesse dell’economia mondiale”. In Italia sarà distribuito da AntropicA e PFA Films, mentre per la Francia se ne occuperà Les Films de l’Oeil Sauvage.

Ambientato nella provincia industriale di Bac Ninh, in Vietnam, il film esplora la condizione delle operaie impiegate in uno dei più grandi parchi produttivi dell’elettronica al mondo. Qui, circa 100.000 lavoratori – per l’80% donne – si alternano su turni di 12 ore in un sistema che annulla l’identità individuale e trasforma il corpo in funzione produttiva. Il documentario si concentra proprio su queste donne, sul loro anonimato forzato, ma anche sulla loro capacità di resistenza. Attraverso un dispositivo narrativo che alterna il bianco e nero delle riprese in fabbrica con sequenze performative a colori, Reparato dà forma a uno spazio simbolico sottratto alla produzione, dove le lavoratrici mettono in scena – collettivamente – la propria condizione.

She, Casadio

«SHE è un film sulla resistenza nascosta, sul diritto a esistere come persone, non solo come forza lavoro», dice Parsifal Reparato. «Le operaie hanno messo collettivamente in scena quello che accade nella fabbrica. Abbiamo costruito insieme un tempo e uno spazio diversi da quelli imposti dalla produzione: un luogo per dire se stesse, per raccontare la propria condizione attraverso il corpo».

La partecipazione di SHE al Locarno Film Festival – uno dei più importanti appuntamenti internazionali per il cinema d’autore – segna un importante riconoscimento per una forma di cinema documentario che sceglie un linguaggio rigoroso, lontano dal reportage e dalle soluzioni esplicative, e si affida alla potenza simbolica del gesto e della composizione visiva. Un’opera radicale, ma capace di parlare a un pubblico ampio, attraversando le frontiere culturali e geografiche.

CI HA RACCONTATO LORENZO CASADIO

SHE è un documentario che racconta alcune delle vite che ruotano intorno ad uno dei complessi industriali più grandi del Vietnam, un hub di produzione elettronica di rilievo mondiale. Qui si producono gli schermi degli smartphones che poi vengono venduti in tutto il mondo e che sono quotidianamente nelle nostre mani e nelle nostre tasche. A cercare lavoro in queste fabbriche sono soprattutto donne, provenienti da diverse regioni del Vietnam, spinte dalla necessità.

Parsifal Reparato, regista del film, segue da diversi anni alcune di queste storie, cercando di dar voce ai sogni, alle speranze, ma anche alle frustrazioni e alle numerose contraddizioni che attraversano le vite di queste donne. SHE infatti è un film corale in cui tante storie di operaie ed ex operaie si intrecciano e raccontano i ritmi alienanti del lavoro in fabbrica, il controllo continuo da parte dell’azienda, l’isolamento, la lontananza dalle famiglie di origine e le aspettative sospese di una generazione di giovani donne lavoratrici.

She, Casadio

Come direttore della fotografia sono entrato in questo progetto solo nell’ultimo viaggio e mi sono dovuto confrontare con una linea narrativa già strutturata anche se sperimentale, con diverse interviste, “coperture” e l’idea di un laboratorio performativo in cui le operaie ci hanno mostrato con i loro corpi cosa vivono quotidianamente all’interno della fabbrica, dove non era possibile fare riprese.

Per questo laboratorio abbiamo cercato di differenziare due momenti: quello della performance, in cui le operaie ci hanno mostrato il lavoro in fabbrica, e un altro in cui, tra una scena e l’altra, erano libere di esprimersi come preferivano, sia in termini fisici che verbali, così da mescolare e mettere a confronto la realtà con la rappresentazione appena conclusa. In questa fase, la camera a spalla è stata coerente con altre parti del film: sempre molto vicina alle donne e, in qualche modo, “partecipe” della scena. Nella fase della rappresentazione vera e propria abbiamo scelto di restituire la sensazione di controllo che le operaie vivono durante le dodici ore di turno, utilizzando più camere e inquadrature prevalentemente dall’alto, per simulare delle videocamere di sorveglianza. In questo caso si sente molto la presenza delle camere. Ci interessava restituire al pubblico la posizione di controllo dell’azienda rispetto alle lavoratrici, che appaiono quasi schiacciate nelle diverse inquadrature.

She, Casadio

Un altro aspetto che ci interessava approfondire riguarda alcune storie presenti all’interno del racconto corale, con un tipo di narrazione più intima. Tuttavia,  alcune delle protagoniste – quelle che lavorano ancora  in fabbrica – ci hanno chiesto di non essere riprese in volto per evitare possibili rappresaglie da parte dell’azienda. Per noi è stata una sfida continua, ma molto stimolante: lavorare sulle inquadrature per rispettare questa loro esigenza e,  al tempo stesso, trovare delle soluzioni efficaci a livello cinematografico. Per altri personaggi, come Tù e Mai Hien, che non lavorano più in fabbrica, e per l’unico personaggio maschile, Dat, non abbiamo avuto questa difficoltà e abbiamo potuto adottare un approccio più “classico”. Abbiamo scelto di lavorare con una sola ottica, il 35mm e con uno stile di camera a mano sempre molto vicina alle protagoniste e in generale all’azione, cercando quella giusta distanza che ci permettesse di non essere invasivi, ma di restare sempre accanto a loro. Ne sono nate delle scene molto belle, a cui sono molto affezionato.

Per quanto riguarda l’illuminazione, ho cercato di lavorare prevalentemente con la luce naturale e, nei casi in cui non era possibile, di illuminare in maniera discreta, utilizzando luci  che rispettassero l’atmosfera originale della location, ma che ci permettessero di ottenere un livello di diaframma adeguato e un gusto cinematografico che ci convincesse. In alcune location, come l’ospedale, abbiamo lavorato per sottrazione: spegnendo solo alcune luci, ma lasciando l’ambiente il più naturale possibile.

Penso che la bellezza di questo film sia proprio nella sua sperimentazione estetica e narrativa, una modalità che ci ha permesso di raccontare una storia collettiva che può sembrare lontana, ma in realtà ci riguarda da vicino.

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