Intervista a cura di Alessandro Chiodo CCS
È nelle sale Testa o croce di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis. Simone, raccontaci la storia di Buffalo Bill, Santino e Rosa.
È difficile raccontare la sinossi del film perché ci sono tante cose. Come tutti i lavori di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, Testa o croce parte da una storia vera e incontra la leggenda, in questo caso anche con filmati storici d’archivio che risalgono quasi all’origine del cinema. Si racconta la storia di Buffalo Bill e il suo Wild West Show: Buffalo Bill ha l’idea di mettere in piedi uno show che ha grande successo in America e poi lo esporta in Europa con una sorta di tour, un circo di un centinaio di persone, delle quali metà indiani d’America e il resto cowboy. Questo spettacolo si muoveva per tutta l’Europa mettendo in scena la leggenda del WEST, le storie della mitologia americana. Da qui nasce l’episodio di Roma, dove Buffalo Bill sfidò i butteri italiani in un rodeo, una doma di uno stallone selvaggio. La storia dice che i butteri italiani vinsero, in particolare un buttero, Augusto Imperiali di Cisterna di Latina. Questa storia curiosa, sulla quale esistono delle testimonianze, incontra il modo di raccontare di Matteo e Alessio, che trasforma gli spunti reali in una leggenda arricchita di voci e racconti popolari.



Rosa (Nadia Tereszkiewicz) è una ragazza sposata con un ricco borghese militare, costretta a un matrimonio scomodo e non desiderato. Quando vede Santino (Alessandro Borghi) scocca il colpo di fulmine e vede in lui la possibilità di liberarsi da quella vita oppressa. È una storia d’amore tra due persone che si incontrano per “caso” e fuggono insieme dopo aver commesso un crimine. Buffalo Bill (John C Reilly) li insegue, assoldato dal prefetto Rupè (Gianni Garko) che vuole vendicarsi della morte di suo figlio e ritrovare Rosa. Tutto si svolge sullo sfondo di un’Italia in rivolta popolare nei primi anni dell’Unità. Storia, leggenda, fantasia e racconti popolari si mescolano intorno a Rosa che sogna di realizzare se stessa, il suo amore, la sua indipendenza.


È paradossale che i butteri sfidino gli Americani e li sconfiggano e che nello stesso tempo il sogno di Rosa sia “il sogno americano”, il sogno di un’America immaginaria, che non esiste…
L’America di quel momento era in realtà la possibilità di realizzare se stessi nella costruzione di una nazione democratica, dove tutti potessero realizzare un sogno. Rosa dice: “Mia madre mi diceva sempre: o puttana, o sposa, o suora”. Una donna aveva solo queste tre possibilità e doveva scegliere. Rosa diventa sposa per avere una vita più agiata, ma si ritrova oppressa. Lo dice all’inizio del film “Non riesco a respirare”. Nel suo percorso, nell’incontro con Buffalo Bill, trova la possibilità di cambiare, di diventare qualcuno, di uscire da questa costrizione. Per questo vuole andare negli Stati Uniti.


Testa o croce è il tuo secondo film con Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, dopo Re Granchio. Raccontaci la gestazione del progetto. So che c’è stata anche qui una lunga preparazione, mesi e mesi di lavoro.
È la mia seconda collaborazione con Matteo e Alessio, anzi in realtà la terza, perché prima abbiamo girato insieme un documentario, Il Solengo, ed è in quella occasione che ci siamo conosciuti. Da quel film è nata non solo una collaborazione, ma una grande amicizia. Lavorare con loro per me è stata una scuola, ho imparato tantissimo, soprattutto la passione per il cinema, il mio gusto si è evoluto. Sì, tutti i film con Matteo e Alessio hanno una lunga gestazione, sono film con un processo di scrittura e produzione lungo. Io li vivo insieme a loro, entro nella loro stanza mentre scrivono, quando il film è ancora lontano. Penso al film già nella fase di scrittura, li ascolto parlare dei personaggi. Dedichiamo molto tempo alla pre-produzione. Questo lungo processo è tipico di Matteo e Alessio, ma anche per me rappresenta un ottimo modo di approcciare i film. Ho bisogno di un rapporto lungo con il regista per capire dove va il film, per instaurare una “visione” comune, un’intesa profonda. Che non riguarda solo il film, ma il loro gusto in generale, le loro idee. Per me è un modo di studiare il cinema, mi diverte. Un processo che non mi permette di seguire tanti progetti, ma mi fa crescere. Ho studiato cinema all’Accademia, come te, ma non sono mai stato un cinefilo. Amo il cinema, ma mi sono dedicato per molto tempo a capire i meccanismi dell’arte di costruire/creare un’immagine. Il mio percorso, come il tuo, è stato tecnico. Ci siamo concentrati sul fare. Grazie a una grande scuola, siamo stati fortunati. È stato un cammino lungo, un po’ ossessivo da parte mia: volevo capire perché non riuscivo a creare immagini come quelle che ammiravo, come quelle del nostro maestro Vittorio Storaro. Era un obiettivo complicato da raggiungere (sorride).


Quali sono stati i riferimenti comuni tra te e Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis?
Il western ci entusiasma. Per me è uno dei generi più interessanti, e ha avuto una grande evoluzione nella storia del cinema. È stato usato per la propaganda americana, poi come critica nel western revisionista, poi trasformato in altro, come il western psichedelico di Jodorowsky, per esempio. È il genere più antico del cinema americano, il più rimaneggiato. Il film è pieno di riferimenti al cinema. Abbiamo guardato e riguardato una montagna di riferimenti, decine di film: Peckinpah, Ford, Hawks, Hellman, e storie d’amore come Bonnie and Clyde di Arthur Penn, Badlands di Terrence Malick, Fool for Love di Altman e molto altro. Matteo e Alessio guardano il cinema senza paura di replicarlo, senza la presunzione di fare qualcosa di nuovo e con l’unico desiderio di fare “cinema”, trovare la ricetta giusta per qualcosa di emozionante, con le caratteristiche del cinema che amano. Testa o croce non è uno spaghetti western, non credo voglia esserlo, è inevitabile però che citi questo genere. Ho letto recensioni che lo associano a questo genere, ma c’è molto poco del genere italiano nelle nostre reference e nel film stesso. Ci siamo riferiti più al western americano che a quello italiano. Ci siamo collegati piuttosto alla storia italiana, guardandola da un punto di vista inedito. La scommessa era fare un western ambientato nell’Italia della fine del Risorgimento.


È una storia ambientata a Roma, nelle campagne romane. La natura ha un impatto visivo forte sul tuo lavoro e sul film. Raccontaci di questo aspetto, perché è curioso: vedendo il film sei in Italia ma non lo sei , è un’Italia sconosciuta. Così come questo western non è polveroso e desolato come il western classico del nostro immaginario, ma fangoso, paludoso, verde…
Esatto, questo fa capire che non è uno spaghetti western. I personaggi si muovono nell’Italia di quel momento storico. Partono da Roma e viaggiano, fuggono verso il sud. Le zone paludose erano già in sceneggiatura. Matteo e Alessio avevano pensato ad un viaggio verso il sud alla ricerca di una fantomatica nave per l’America. Ho proposto i luoghi della mia infanzia, dove sono cresciuto, Sabaudia, Latina, insomma l’agro pontino. All’inizio del Novecento quel territorio era una grande palude, un luogo inospitale, invaso dalla malaria. Le poche anime che lo popolavano abitavano sui monti Lepini, mentre la parte bassa, vicino al mare, era infestata da acquitrini e fango. Per mesi, durante la lunga gestazione del film, giravo per le mie zone alla ricerca di luoghi che ancora conservassero quell’antico paesaggio. Ho trovato dei posti, li ho fotografati e proposti a Matteo e Alessio. La proposta è diventata sempre più concreta, fino a farsi scenario del film. Per noi i paesaggi sono molto importanti, li trattiamo quasi come personaggi. Avere nel film qualcosa della mia infanzia, fotografare quei luoghi, per me era emozionante, ma soprattutto dovevano essere luoghi funzionali alla storia. La ricerca è stata lunga, perché non ci sono più molti posti poco urbanizzati. Fortunatamente il Parco del Circeo a Sabaudia e il Parco Pantanello a Ninfa, conservano la palude pontina prima della bonifica. Mi hanno aiutato i miei familiari, gli amici. È stata una ricerca molto accurata già prima che entrasse ufficialmente la location manager Elena Baschieri. Quando è arrivata, Elena ha reso tutto possibile e trovato altri luoghi meravigliosi, come la zona montuosa vicino a Carrara, lo scenario di Buffalo Bill. Ogni luogo è un elemento narrativo, sia nella storia d’amore di Santino e Rosa che nel viaggio parallelo di Buffalo Bill. I luoghi di Buffalo Bill richiamano il monumentalismo paesaggistico americano, mentre il viaggio di Rosa e Santino attraversa un mondo rurale italiano.



I due scenari poi si incontrano, ma non riveliamo troppo…
Si incontrano perché il desiderio di Rosa, il desiderio di fuggire, di incontrare l’America, di avere la sua possibilità, la porta in questo secondo scenario. Il film costruisce un percorso immaginifico nel quale il paesaggio ha una valenza narrativa, non necessariamente legata alla successione degli eventi quanto piuttosto a quella degli stati d’animo.

Ci sono tanti elementi western, i conflitti, i cavalli, le pistole, le esplosioni, l’assalto al treno. Ma più dell’assalto al treno, mi ha colpito la scena della palude, dove avviene un primo contatto tra i due personaggi. Si sporcano, entrano nella palude, ed è una scena bellissima.
C’è una storia enorme dietro questa sequenza, sia logistica che creativa. La scena della palude volevamo girarla nel Parco del Circeo, nelle piscine della Verdesca, dove in certi periodi dell’anno si forma una vera palude. Sei mesi prima, durante i sopralluoghi, era piuttosto secco; tre mesi dopo ci siamo tornati e c’era acqua. Visivamente era molto interessante: alberi sommersi, come una piscina con alberi dentro, un posto straordinario. A metà settembre però, quando ci siamo avvicinati alle riprese, l’acqua non c’era più; già un mese prima avevamo capito che sarebbe successo e stavamo cercando una soluzione, ma trovare una palude è molto difficile. Anche il Parco di Pantanello, prosciugato dopo la siccità di agosto, era senza acqua. Abbiamo dovuto reinventare tutto. La cosa interessante nel processo di un film, per me, è adattarsi alla natura. Visitando un posto vicino a Ninfa, un parco botanico stupendo, abbiamo visto un fiume. Doveva essere una piccola scena del film, un micro episodio del loro viaggio. Guardandolo, un po’ disperati, senza altre possibilità di avere una palude, sul punto di dover cambiare drasticamente tutte le location, ci siamo detti: “Guardando da una giusta prospettiva, potrebbe sembrare una palude, anche se l’acqua è pulitissima e la natura rigogliosa”.


La magia del cinema.
Era una palude che si adattava molto alla storia: restituiva la sensazione di un luogo costruito. Questo fiume infatti ha quasi un’architettura scenografica e andando avanti nella preparazione ci siamo resi conto che si adattava all’idillio che Rosa stava vivendo, un luogo fetido e pericoloso che appare affascinante, rassicurante. L’amore cambia il tuo sguardo sulle cose: in quella scena Rosa inizialmente si sente in pericolo, ha paura, ma l’idillio d’amore, il contatto con lui, trasforma tutto.

Ho adorato quel blocco, quella scena, perché nel fango vedi la magia, uno sguardo nuovo, la vita che potrebbe cominciare tra loro. Da lì parte qualcosa.
È come se Rosa vivesse il suo sogno. È quello che succede nell’innamoramento: anche le cose più insulse sembrano stupende quando sei innamorato. Con la persona che ami le cose complicate diventano semplici. È un western dove il personaggio principale è una donna. Ci sono altri western con donne co-protagoniste, come McCabe & Mrs. Miller (I compari di Robert Altman), ma qui lo sguardo è quello di Rosa. Raccontare un western con gli occhi di una donna crea qualcosa di diverso, si perdono i tratti del western classico, sempre maschile. Il femminile è tradizionalmente legato all’inconscio, al surreale, all’immaginazione. Rosa crea e plasma la sua storia, la realtà si trasforma lentamente in qualcosa di magico, più vicino alla materia del sogno.

Se da un lato ci sono momenti surreali e una storia western, dall’altro il modo in cui il film è girato lo trovo, concedimi il termine, realistico. Parlerei forse di un realismo magico. Il fatto che si percepisca in modo forte la realtà può dipendere dall’aver girato in 35mm? Ci sentiamo vicini a questi personaggi, che non sembrano “digitali”. Come hai approcciato il progetto dal punto di vista tecnico?
Con Matteo e Alessio siamo partiti da una cosa semplice: il cinema che ci piace appartiene agli anni ’60, ’70, ’80, sia americano, italiano, tedesco, francese e quant’altro. Quel mondo è girato, costruito, pensato in pellicola, e rappresenta l’imprinting del nostro gusto. Abbiamo scelto di fare un film nel modo in cui giravano i nostri registi di riferimento. Ho voluto farlo quasi con gli stessi mezzi, sembra un’esagerazione, ma è una cosa concreta: alcuni strumenti ti costringono o permettono di fare le cose in un certo modo. Girare in pellicola (ARRICAM LT e ARRI 435 per il 35mm e ARRI SR3 per il 16mm) non solo ha una certa resa cromatica, ma anche una sua disciplina. Ho voluto un film senza l’uso di mezzi moderni, ovviamente intendo mezzi che influenzassero l’immagine. Ma ammetto di non essere stato troppo coerente in questo “dogma”! (sorride): per questioni logistiche e di budget, bisogna dirlo, abbiamo girato anche in digitale. Principalmente nelle scene dove servivano più camere. Non amo operare quando ci sono più macchine, preferisco che sia qualcun’altro a farlo, così posso guardare e giudicare le immagini. C’eri anche tu, che hai fatto anche la sequenza dei titoli di testa come seconda unità, Riccardo Porfirio e Stefano Lombardo.
Ma hai operato anche tu la macchina. È un film di piani fissi, fermi, non ci sono virtuosismi.
Non ci sono virtuosismi, sono d’accordo, ed ero in macchina, sì. Il film è girato in S35mm per la maggior parte e in S16mm per la storia che non coinvolge Rosa, come se il mondo reale fosse più granoso, materico, ruvido, mentre il mondo di Rosa fosse, come dici tu, tangibile, ma contenesse la materia dell’immaginazione, quella leggerezza materica e le tonalità morbide che si leggono nelle tele di un Previati o di un Morbelli.

Le immagini digitali le avete adattate al look dopo, in post-produzione?
Sì, sono state adattate al look della storia. Il digitale non ha una sua identità. Mi piace paragonarlo a una scatola di luce: alcune contengono più luce, altre meno, ma ogni macchina digitale è un contenitore che poi, per quanto mi riguarda, bisogna trasformare in qualcosa di concreto, che si avvicini al tuo gusto.
Hai girato con Venice 1 o 2?
Con entrambe. Abbiamo avuto una macchina di riserva, una Venice 2, per scene che non potevamo girare in pellicola. A volte avevamo due Venice 1, ma fondamentalmente entrambe.
A proposito dei titoli di testa, so che hai voluto un trattamento particolare, sono in bianco e nero, evocano altri mondi.
Il film-out non è altro che quello che si faceva per portare i film al cinema prima del DCP. Anche i film digitali venivano stampati su pellicola. La parte dei titoli di testa che abbiamo girato contiene il Wild West Show riassunto in poche immagini: la battaglia tra indiani, americani, nordisti, la presentazione di Buffalo Bill. L’abbiamo pensata come se fosse materiale d’archivio. Esistono veri filmati di Buffalo Bill, e inizialmente pensavamo di usarli. Poi, con l’evoluzione dell’idea e con l’attore John C. Reilly, abbiamo deciso di rappresentare quell’immaginario in finzione, ma mantenendo un tono da archivio, in bianco e nero, come fosse una pellicola ritrovata. Non doveva essere dichiaratamente archivio, ma ricordarlo, nell’ambito di un racconto inventato. Con Nazareno Neri, il colorist con il quale collaboro da anni, abbiamo provato varie soluzioni ma i test in digitale non erano soddisfacenti. Così abbiamo fatto un test in Augustus Color con Alessandro Pelliccia, ed è stato interessante. Volevo provare questo sistema da tempo, ma non potevamo farlo su pellicola bianco e nero, quindi abbiamo fatto un recording del digitale su pellicola 35mm, e non bastava ancora per l’effetto che cercavamo. Non volevo aggiungere grana digitale, sarebbe stato inutile. Per ottenere una grana organica, abbiamo dovuto stampare su una porzione più piccola. Dopo vari test abbiamo trovato un compromesso, con un 21-23mm circa, che aveva il giusto tipo di grana. Poi con Nazareno l’abbiamo trasformato di nuovo in bianco e nero.
C’è un tema che viene fuori nel film: l’imprevedibilità. C’è stato qualcosa di imprevedibile nel modo in cui avete affrontato il progetto?

L’imprevedibilità è un tema interno al film e al dietro le quinte. Testa o croce è sicuramente la produzione più importante che abbiamo affrontato, in termini di budget, cast, storia, e l’imprevedibilità ha percorso tutta la lavorazione, fino al completamento. L’imprevedibilità deriva dalla volontà di confrontarsi costantemente con le possibilità che hai, trasformando quello che è scritto su carta in qualcosa di possibile. Il nostro approccio creativo è quello di adattarsi alle situazioni, saper trasformare l’idea di partenza in qualcosa di diverso quando poi la costruisci nella realtà, per via degli elementi che arrivano a coinvolgerla. Il film ha una sua vita, come un figlio: lo “concepisci”, ma poi cresce da solo, si trasforma in qualcosa che, nonostante tu lo abbia generato, ha una vita propria. Questa vita è fatta dagli eventi, da ciò che gli succede. Il film si trasforma in modo inaspettato, e ho imparato, o meglio sto imparando, che bisogna approfittare dei cambiamenti. È stato, più degli altri, un progetto con una grande componente di improvvisazione. Pur preparandolo in modo preciso, ci siamo lasciati andare all’istinto. Ci sono scene fatte di pancia, quasi inventate il giorno prima, perché i personaggi si trasformano, diventano sempre più veri. Matteo e Alessio approfittano delle opportunità suggerite al momento dalla natura, dalla storia, dalle scene precedenti.

Avete girato in sequenza?
Il più possibile. Benedetta Barroero, l’aiuto regista, ha fatto un sforzo enorme per farci girare in modo cronologico. Ci siamo riusciti in parte, a blocchi.
Il film è uscito a Cannes e Locarno, e ora continuerà a vivere, e a trasformarsi a contatto con il pubblico.
Ora vivrà la sua vita più complicata.
Cosa ti porti con te di questo film?
Mi ha portato una crescita. Ogni film rappresenta una parte della mia vita. Associo ai film a cui contribuisco una parte della mia storia. Mi ha aiutato a crescere, a capire, a superare un dolore. Per me è un film importante, a cui sono affezionato. Ho messo tantissimo di me stesso in ciò che sento di saper fare meglio. È il mio modo di esprimermi in un codice diverso da quello della scrittura o della parola, che non è il mio, o se vuoi per liberarmi dalla frustrazione di non saper dipingere.

Il film è uscito da pochi giorni. Cosa potresti dire alle persone perché vadano a vederlo?
Direi di andare a vedere Testa o croce perché contiene un universo di passione per il cinema e la voglia di raccontare un Amore, con tutte le sue grandi emozioni e avversità, e il prevalere del desiderio. Ma trovo difficile dire perché andare a vedere un film, tutto si basa sulle proprie esperienze personali. Un film può non dire nulla ad alcuni e molto ad altri. Sono curioso di sapere cosa susciterà nelle persone. È un tentativo di comunicare qualcosa, e la prova del pubblico ti fa capire se ci sei riuscito, se ciò che comunichi interessa o riguarda gli altri. A parte tutto, è un film divertente! I film che amo sono quelli che mi fanno pensare, piangere e ridere allo stesso tempo. Testa o croce è un piccolo momento di vita che spero lasci qualcosa dentro.
Grazie Simone.
