Intervista di Eleonora Contessi
Editor Silvia Tarquini
In che modo le immagini influenzano il tuo processo creativo? In particolare ci vuoi raccontare la tua ricerca visiva rispetto al film Parthenope ?
Le immagini mi influenzano anche nella vita. Attingo continuamente, e spesso senza accorgermene, a tutto ciò che vedo, alle esperienze che vivo, ai libri che leggo, alla musica che ascolto. Per questo progetto sono stata molto ispirata da un pittore irlandese, Patrick Procktor. I suoi disegni, caratterizzati da colori tenui, mi hanno colpita profondamente. Il suo lavoro, malinconico e sospeso, mi è sembrato perfettamente in sintonia con la mia idea di Parthenope. Paolo desiderava raccontare atmosfere eteree, bianche o azzurre, che richiamassero il mare e il cielo. Procktor mi ha guidata emotivamente, pur non essendo collegato direttamente al film.

Come si è svolta la preparazione e com’è stata strutturata l’idea, espressa da Paolo Sorrentino, di voler rappresentare un’estate infinita?
La preparazione è un momento che amo moltissimo. Mi perdo completamente e inizio a cercare elementi, e poi, mentre lavoro, elimino le possibilità che non funzionano. Ad esempio, inizialmente per Parthenope pensavo di articolare il tempo in epoche diverse cambiando tono fotografico, ma poi ho realizzato che non avrebbe avuto senso per questo film. Per me il tempo è un unicum. Girare in estate è stato ovviamente molto utile. Abbiamo cercato i luoghi giusti, perfetti, per il tipo di storia che Paolo aveva scritto, che per me ha delle caratteristiche simili a quelle di un romanzo. Abbiamo messo in risalto la bellezza del mare, del cielo e del sole, scegliendo gli orari migliori per le riprese.
Parthenope racconta dell’antropologia del vedere. Sorrentino sembra dire che quando si è giovani si vive, si sogna e si immagina. Poi queste cose si affievoliscono e la vita diventa una forma di sopravvivenza. Nel film si sente profondamente questo concetto. Tu cosa ne pensi?
Ciò che amo di Parthenope e del modo di raccontare di Paolo è la ricerca senza risposte definitive sul tema del tempo che passa. Siamo esseri vulnerabili, plasmati dagli eventi della vita, che ci cambiano e trasformano la nostra percezione. Guardare e comprendere può farci crescere, ma anche distruggerci. È difficile accettare che tutto finirà, quindi dobbiamo trovare motivazioni interiori per sopravvivere. L’irrisolto è l’accettazione della morte, e influenza la maggior parte dei nostri atteggiamenti. Ogni persona trova il proprio modo di superare il dolore, ma la vera sfida è lasciar andare e accettare che, a un certo punto, dobbiamo abbandonare tutto.

Quali sfide tecniche avete affrontato durante le riprese e come la ALEXA 35 vi ha aiutato a superarle?
Durante le riprese abbiamo affrontato diverse sfide tecniche, soprattutto per gestire il contrasto di luminosità tra gli interni e gli esterni. La ALEXA 35 ci ha dato la possibilità di affrontare questa differenza in modo efficace. Grazie alla sua ampia latitudine sono riuscita a mantenere un buon equilibrio di contrasto tra le aree illuminate e quelle in ombra, garantendo che l’immagine rimanesse coerente con la nostra visione creativa. Un esempio chiave ne sono le scene girate all’interno della casa. Una casa storica con grandi finestre, dove la luce naturale era predominante. Ho scelto di lavorare quasi esclusivamente con la luce naturale, utilizzando solo polistiroli per riflettere e controllare l’illuminazione. Questa scelta spregiudicata ha comportato delle difficoltà, poiché compensare la luminosità tra interno ed esterno non è facile, specialmente in un ambiente così complesso, qui ALEXA 35 è stata essenziale.

Negli anni hai sviluppato una comprensione profonda del metodo e del processo creativo di Paolo Sorrentino. Com’è avvenuta questa evoluzione?
La nostra comunicazione è evoluta nel tempo. Ho collaborato per anni con Paolo e Luca Bigazzi, inizialmente al monitor, osservando ogni dettaglio del fotogramma. Così ho imparato a comprendere il loro gusto e la loro visione; tra noi si era creata una sintonia che negli anni ha reso il lavoro più fluido e intuitivo, alla fine quasi senza bisogno di parole. Ho appreso il metodo di Paolo anche attraverso progetti più piccoli, arricchendo la mia comprensione grazie alla mia esperienza nella fotografia. Curando la fotografia di La mano di Dio ho compreso l’importanza di quel film per lui. La nostra connessione personale è cresciuta anche perché Paolo ha sposato mia sorella, e questo ci ha permesso di trascorrere tempo insieme fuori dal set. Questa relazione ha arricchito la nostra collaborazione, portando le discussioni oltre gli aspetti tecnici, verso il significato profondo delle cose. Conoscendoci così bene, lavorare insieme è diventato da una parte più semplice e dall’altra più complesso.


Credi che nell’industria cinematografica italiana ci sarebbe bisogno di cambiamenti? Cosa vorresti vedere cambiare?
Dobbiamo trovare nuove modalità di distribuzione per garantire che i film possano raggiungere il pubblico adeguatamente. Non è possibile produrre in grande quantità senza un’efficace distribuzione. È essenziale prestare maggiore attenzione alle opere prime e ai progetti a budget ridotto, che non dovrebbero essere relegati solo ai festival. Le persone dovrebbero avere la possibilità di vedere un film per un periodo più lungo, poiché alcuni titoli, distribuiti in poche copie, scompaiono rapidamente se non ottengono buoni risultati nel primo weekend. Queste opere necessitano di più tempo per farsi apprezzare, perché hanno risorse limitate nella promozione. Un altro aspetto cruciale riguarda la critica cinematografica, che spesso diventa accanimento invece di stimolare un dibattito culturale. La critica dovrebbe essere costruttiva e rispettosa, riconoscendo l’impegno di chi lavora nel settore, garantendo così una discussione aperta senza allontanare il pubblico dalle sale. È fondamentale ridare un senso profondo alla cultura e al dibattito culturale intorno al cinema. Il cinema può essere uno strumento di racconto, riflessione e distrazione, aiutandoci a vedere le cose da un’altra prospettiva, cruciale per la nostra sopravvivenza e convivenza. L’immaginazione genera nuove conoscenze e, se perdiamo di vista questo, tutto diventa superficiale.

L’intervista è illustrata con foto di scena di Gianni Fiorito.
