The Art of Italian Cinematography and Beyond

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Un’immagine naturale e laica. Conversazione con Francesco Scazzosi CCS sul corto REFUGIUM

Il 30 ottobre al Cinema Aquila di Roma, a partire dalle 19.00, Corti d’Autore, serata a ingresso gratuito. Verranno proiettate alcune opere brevi realizzate con i fondi del Bando Cortometraggi 2023 Art. 7 L.93/92 NUOVO IMAIE. Un’iniziativa voluta dal Nuovo Cinema Aquila a cui la collecting ha aderito, al fine di valorizzare prodotti audiovisivi vincitori dei bandi dedicati. Con l’occasione Collettivo Chiaroscuro ha intervistato il direttore della fotografia, Francesco Scazzosi. Intervista a cura di Alessandro Chiodo.

 

Parliamo del corto Refugium di Valerio Vittorio Garaffa. Puoi introdurci alla storia?

Refugium racconta le richieste di “protezione internazionale”, mettendo in luce la grande discrepanza tra il numero di richieste e le risorse (soprattutto in termini di numero di funzionari) a disposizione delle commissioni territoriali per poterle analizzare con accuratezza. È la messa in scena del procedimento di una di queste richieste di asilo.  Il racconto si sviluppa attraverso gli occhi della nostra protagonista Cristina (membro della commissione) ma per sineddoche il tentativo è quello di far venire alla luce una situazione più ampia, in modo condensato ma efficace.

Un intento di denuncia sociale…

Sicuramente è un progetto sostenuto da una forte urgenza sociale. Il cortometraggio vuole sottolineare le difficoltà del sistema di gestione delle richieste di asilo, e questo messaggio viene esplicitato, a chiusura, con un cartello nei titoli di coda in cui i dati ufficiali ci mostrano il grande “imbuto” tra il numero delle richieste ricevute e le risorse umane disponibili per analizzarle correttamente. Solo nel 2023, in Italia, le richieste sono state oltre 136.000; i funzionari delle Commissioni Territoriali, che svolgono un lavoro fondamentale per garantire il riconoscimento del diritto all’asilo, sono solo poche centinaia. La motivazione principale di questo lavoro è far conoscere questa realtà.

Refugium Scazzosi

Refugium Scazzosi

Come sei entrato in contatto con il progetto?

Mi ha attirato la tematica sociale. Una volta letta la sceneggiatura, mi sono sentito subito in dovere di restituire qualcosa al mondo… aiutare con il mio piccolo e modesto contributo a rendere visibile, nella forma di questo piccolo corto, una situazione così importante e attuale. Inoltre, avevo necessità di uscire per un po’ dalla mia comfort zone e confrontarmi con una dimensione produttiva molto diversa dagli standard abituali, il che mi ha decisamente permesso di mettermi alla prova. Il regista, Valerio Vittorio Garaffa, che proviene dal teatro, ha sviluppato con grande dedizione e totale accuratezza (per oltre un anno) la storia e la sceneggiatura insieme alla sua compagna Chiara Cimmino, che è anche l’attrice protagonista nel ruolo di Cristina. Sulla carta, il progetto era solido e coeso. La produzione (Seven Hills e Paloosa), è stata curata da amici con cui ho già collaborato in passato; anche loro hanno sposato il valore etico e sociale del progetto, mettendosi a disposizione con grande entusiasmo.

Refugium Scazzosi

Ho notato un’impronta teatrale nel linguaggio del corto, con inquadrature ampie che ricordano il palcoscenico. Come hai bilanciato questo approccio teatrale con quello cinematografico, e quali sono state le tue scelte visive?

Ho cercato di assecondare il più possibile la visione del regista, che fin dall’inizio non ha voluto sovraccaricare il film con troppe inquadrature o tagli ridondanti. Il suo approccio è stato minimalista, preferendo calibrare attentamente gli stacchi in funzione dei dialoghi e della performance degli attori. Questa visione rigorosa dell’inquadratura come unità primaria della narrazione ha conferito al film una freschezza che si distacca dai canoni cinematografici più tradizionali. Per esempio, molte delle scelte di décadrage, che inizialmente potevano sembrare insolite, si sono rivelate molto efficaci in fase di montaggio. Era importante lasciare totale libertà al regista per quanto riguarda il camera work, intervenendo solo quando veramente necessario per facilitare la copertura delle scene e garantire una narrazione fluida. La sua chiara intenzione era evitare un eccesso di coverage, sviluppando l’azione e il racconto in poche, essenziali inquadrature. Questo confronto con un approccio alla messa in scena così diverso dal solito è stato per me molto stimolante.

Refugium Scazzosi

Quali sono state le tue scelte sul piano visivo per raccontare questa storia?

Essendo un progetto low budget, con la stragrande maggioranza delle risorse pro bono, ho dovuto adattarmi a scelte già fatte, spesso per necessità, in fase di pre-produzione. Inoltre, devo ammettere che sono entrato in corsa, in un momento avanzato della preparazione. Questo ha inevitabilmente influenzato la risultante visiva, spingendomi verso uno stile e un approccio quasi documentaristico, orientato a riorganizzare gli elementi offerti dal reale. Quasi tutte le scelte erano già state fatte: dalle location alla palette, dai costumi al trucco. Nonostante ciò, ho cercato di dare al progetto un mio personale contributo e costruire un discorso filmico attraverso gli strumenti rimasti a disposizione: dal sistema di cattura (combinazione lenti/sensore/filtri) all’uso del large format, ma principalmente attraverso un mio specifico approccio alla luce. Lo stile dell’illuminazione è stato, sia per scelta che per necessità, molto minimale, naturalistico, mimetico, quasi invisibile. Il tentativo è stato quello di modulare i contrasti, ma soprattutto di gestire (più togliendo che mettendo) la luce con garbo e delicatezza, senza mai sovrastare il naturale andamento delle azioni, dei dialoghi, insomma del racconto.
Refugium Scazzosi

Hai scelto un formato panoramico, il 2.39:1, solitamente associato a grandi spazi o a film meno intimi. Puoi spiegare questa scelta? E quali scelte hai fatto in termini di macchina e lenti?

L’idea di questo formato, in accordo con Valerio, nasce dal desiderio di creare un cortocircuito tra la tematica sociale, documentaristica e la sua rappresentazione in un contenitore filmico. Questo formato ci ha aiutato a raccontare al meglio molti personaggi in ambienti piccoli e angusti, permettendoci di isolare al contempo la protagonista in porzioni di fotogrammi nei momenti di dubbio, sconforto, solitudine e senso di impotenza. Abbiamo utilizzato un’ARRI ALEXA Mini LF in open gate, con lenti Blackwing 7 T-tune. Devo ammettere che non sono un feticista delle lenti, ma questa serie mi ha davvero sorpreso: è ricca di tagli, rapida, meccanicamente solida, cromaticamente ben bilanciata e otticamente molto consistente. La loro resa mi è sembrata perfetta per questo progetto: lo sfocato è morbido e pulito verso il punto di messa a fuoco in opposizione a una maggiore incisione sullo sfondo e a una decisa crudezza nel boke. Queste caratteristiche mi hanno aiutato a trasmettere il senso di discomfort e straniamento dei personaggi rispetto all’ambiente, ma al contempo mi hanno permesso di rimanere gentile e rispettoso nei confronti del volto degli attori, come richiesto da Valerio, per restituire un senso di grande umanità. La personalità dei vetri mi ha davvero convinto: carattere senza artificio, estetica senza diventare glamour. 

Refugium Scazzosi

Ho notato anche un certo lavoro in post-produzione sull’immagine. C’è stato un trattamento specifico?

Parte della texture è stata creata direttamente in ripresa, con l’uso di filtri per ammorbidire l’incisione del sensore digitale, soprattutto sugli incarnati. In post-produzione, con il colorist Christian Gazzi di GMF, abbiamo aggiunto una leggera grana, un tocco di halation e lavorato molto selettivamente su definizione, separazione dei toni e singole saturazioni. L’obiettivo principale è stato rafforzare un look già solido, restituendo un’immagine naturale e laica, coerente con il tema sociale del corto, senza mai essere troppo estetizzanti o ruffiani. 

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che ritieni importante menzionare riguardo a questo progetto?

Ci tengo a citare 12 Angry Men di Sidney Lumet, un film che ci ha ispirato nei momenti di incertezza, soprattutto in materia di coverage. Inoltre, ricorderei che la sfida maggiore è stata quella di girare un progetto così denso di dialoghi in soli tre giorni, con una crew ridotta e un ritmo molto intenso. Abbiamo dovuto essere estremamente selettivi e decisi in tutte le nostre scelte. È stata una grande palestra. Concludendo: in tempi di estrema difficoltà del nostro settore, come quello che stiamo vivendo ora, credo sia importante donarsi a storie che hanno urgenza di essere raccontate. Il cinema ha ancora un’infinita voglia di vivere e può tornare ad essere un linguaggio necessario, anche e soprattutto da un punto di vista etico e sociale. Noi, nel nostro piccolo, ci abbiamo provato.

Grazie Francesco.

 

Stella gemella, Manca

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